Violenza di genere cause e rimedi

Le cause delle violenze di genere e dei femminicidi non sono legate a un vecchio sistema patriarcale ma a un diverso tipo di cultura maschilista

del dott. Saverio Corasaniti, Presidente Emerito TAR

E’ di grande attualità il dibattito sul femminicidio e sul ruolo della cultura patriarcale e maschilista nella nostra società. Di fronte al susseguirsi di atroci uccisioni, si rimane increduli. Partiamo con un breve excursus del quadro giuridico italiano. La legge 151 del 1975 ha riconosciuto la parità tra uomo e donna, marito e moglie, e nel 1996 la successiva lg. 66 ha identificato il reato di stupro come delitto contro la persona. Due miglioramenti verso l’agognata parità di genere e il tramonto della mentalità patriarcale, che facevano sperare che le violenze di genere sarebbero diminuite. Invece, gli abusi nei confronti delle donne, in quanto donne, sul piano verbale, fisico, psicologico, sessuale, lavorativo, economico, continuano in ambito domestico e fuori delle mura di casa. Opportuno quindi partire dalla nozione di violenza di genere che, a parere di molti, sarebbe figlia dell’antico patriarcato, nel quale, la relazione tra uomo e donna era gerarchica, con l’obbligo di seguire comportamenti limitativi della personalità femminile, e la frequente possibilità di subire maltrattamenti e discriminazioni soprattutto negli ambienti domestici. In presenza dell’omertà, del silenzio e della reticenza delle vittime, non sempre è facile scoprire l’esistenza di tali comportamenti violenti. Per ribaltare questa realtà c’è la necessità che le vittime denuncino di più ma soprattutto che le Istituzioni affrontino questo grave vulnus sociale. La Convenzione di Istanbul, infatti, nel 2011 ha statuito che “la violenza contro le donne per motivi di genere è una violazione dei diritti umani e una discriminazione, le quali provocano o rischiano di provocare danni o sofferenze di carattere fisico, psicologico o economico”. La cronaca ci dice che la violenza di genere può sconfinare nello stupro individuale ma anche di gruppo, atti spregevoli perché producono ferite psicologiche profonde. Secondo le ricerche criminologiche alla base dello stupro c’è lo scatenarsi di un comportamento primitivo di dominio del maschio sulla femmina con la prepotenza maschile che si manifesta attraverso una sessualità predatoria, violenta e aggressiva. L’aumento drammatico avvenuto negli ultimi tempi – nonostante da quasi 30 anni lo stupro non sia più un reato contro la moralità pubblica come previsto dal codice Rocco ma sia oggi considerato delitto contro la persona, con conseguente sensibile maggiorazione delle pene – ha portato la Corte Europea dei diritti umani a condannare più volte l’Italia per non aver protetto le vittime della violenza in ambito familiare o all’esterno. è poi demoralizzante che nel nostro Paese, ci siano voluti ben 66 anni per abrogare disposizioni medievali di non tutela della donna violentata, residuo di una mentalità maschilista dell’epoca fascista, che a lungo ha preferito ignorare i danni psicologici irreversibili che scattano nella vittima, spesso assalita da sensi di colpa, dalla sensazione di essere indegna o sporca, da perdita dell’autostima, ansia e depressione, difficoltà nelle relazioni interpersonali. Per anni, a causa della paura, del pudore e della vergogna le donne offese sono state costrette a vivere con l’incubo e il celato ricordo dello squallido episodio di cui sono state incolpevoli vittime. Atteggiamento comprensibile ma autodistruttivo della propria identità e personalità: nel silenzio, infatti, si muore dentro e non si ottiene l’appropriata e diretta tutela giurisdizionale e la punizione dello stupratore. Pena che potrebbe costituire una remora e un argine anche per altri soggetti potenzialmente aggressivi e brutali. Torniamo al femminicidio, la forma più estrema della violenza di genere, la cui la frequenza quasi quotidiana lo sta trasformando in una patologia sociale da cui nessun luogo è immune. Ciò che preoccupa sono la lucidità e la freddezza delle modalità esecutive con cui sono uccise mogli, compagne, amanti, fidanzate o ex. Al femminicidio viene talvolta assimilata la pratica dell’amore criminale discendente dal delitto passionale. Un’altra forma di violenza che nel terzo millennio è inconcepibile perché superata dalla civiltà. Non tutti gli uomini si riconoscono come carnefici ma a tutte le donne è dato riconoscersi in potenziali vittime e da qui le oceaniche manifestazioni anti violenza. Quali i rimedi per eliminare o quantomeno ridurre questi drammatici fenomeni? Nel recente film C’è ancora un domani di Paola Cortellesi si racconta l’usuale violenza domestica perpetrata nel 1946 su una giovane madre di famiglia da un marito violento e ignorante. All’epoca era il capo famiglia a decidere sulle donne di casa ma, a distanza di 80 anni, l’evoluzione delle donne e una nuova sensibilità maschile, rendono l’antico concetto di dominio superato e non più causa principale della attuale situazione. A mio avviso dovremmo parlare di una nuova mentalità maschilista che ha in comune col patriarcato solo alcuni elementi – come la convinzione della superiorità maschile, della donna come oggetto di desiderio più che come persona, del considerare non necessario il consenso sessuale – ma si distingue per altri motivi non trascurabili. Il patriarcato era collegato soprattutto con le tradizioni del mondo contadino, a una cultura di massa che indulgeva sui comportamenti aggressivi, sessisti e impositivi sulla vita altrui, quasi un’eredità della “patria potestà” del capo famiglia in palese assenza di una legislazione limitativa di questo potere. Nei riguardi del moderno maschilismo, in Italia, esiste invece una pluralità di norme legislative a tutela delle donne. Nella società patriarcale, sebbene mogli e figlie fossero discriminate rispetto agli uomini, esisteva un generico rispetto di alcune minime regole di tutela dei vari componenti familiari. Oggi, chi esercita comportamenti maschilisti, dominato dall’idea del possesso femminile, vede ancora la donna come una sua proprietà assoluta e per mantenere tale dominio ignora completamente qualsiasi norma emanata per impedire percosse, molestie, violenze psicologiche e femminicidio. Qualsiasi riferimento al patriarcato, che riconosceva di fatto e di diritto il dominio al pater familias, appare quindi non del tutto convincente, perché oggi gli uomini violenti, o che uccidono, lo fanno per dimostrare attraverso la forza il proprio ruolo dominante che la società non più gli riconosce. Inaccettabile quindi qualsiasi difesa fondata su un’idea di imputabilità generalizzata, quasi oggettiva (puro nesso di causalità materiale) per i femminicidi, che nel passato poteva portare a una forte riduzione di colpevolezza e responsabilità, criteri cardine della punibilità personale in campo penale e della commisurazione della pena. C’è da chiedersi però, perché molte donne accettino ancora un modello culturale prevalentemente maschile, che oltre ai casi di violenze anche gravi o gravissime, presenta varie situazioni di diseguaglianza a svantaggio del mondo femminile. I maschi di regola guadagnano di più; la gran parte dei parlamentari sono uomini; nei vertici delle società pubbliche e private ci sono pochissime donne. Senza scomodare il patriarcato la spiegazione più congrua è che purtroppo si continua a dipingere gli uomini come più forti, razionali e autonomi e le donne come deboli, emotive e quindi dipendenti dai primi. Una forma mentis che nelle famiglie passa tramite un’educazione infantile che associa il genere maschile alla forza, al potere, all’autorità, al successo, alla libertà sessuale, secondo lo stereotipo “uomo forte e donna fragile” “sesso forte e sesso debole”. In tale contesto molti genitori delegano alla scuola l’educazione sessuale e la maturazione affettiva dei figli, ma sono pochi gli operatori scolastici che hanno le competenze specifiche per fare fronte a queste esigenze. Senza dimenticare che, purtroppo, tanti genitori non apprezzano e non accettano interventi educativi dei docenti se divergono dalle loro idee e mentalità sui temi dell’uguaglianza di genere, e ciò riduce la loro antica autorevolezza. Una carente sensibilizzazione ed emancipazione dei maschi sulla parità di genere continua ad alimentare la concezione dell’amore come possesso e del desiderio sessuale maschile poco rispettoso del diritto della donna a voler esprimere un pieno consenso. Ciò potrebbe spiegare perché diversi autori di femminicidi, veri mostri, erano soggetti ben educati e fino a quel momento considerati non violenti. Riflessioni che non possono però favorire ipotesi di responsabilità concorsuale tra violentatore e vittima perché la violenza riguarda soprattutto gli uomini mentre le donne la subiscono. Un discorso a parte meritano i casi in cui gli organi di polizia, informati delle minacce o violenze, non hanno protetto la donna in stato di pericolo: si può parlare di responsabilità istituzionale? In base alle citate e plurime condanne europee sembrerebbe di sì, ma se si considerano le tante misure di prevenzione ante-delictum e extrapenali (misure di polizia) cui si sommano i milioni di casi di minacce, maltrattamenti fisici e psicologici, stalking, percosse, abusi sessuali, uxoricidi passionali che ogni anno si perpetuano nei confronti delle donne, non si può che riconoscere la fragilità della tesi che tende sostanzialmente ad addossare la totale colpevolezza e responsabilità dello Stato. In conclusione, ben vengano norme che prevedano pene molto più severe per tutte le ipotesi di violenza ma per il prossimo futuro solo una migliore e più coordinata educazione familiare e scolastica potrà aiutare i giovani maschi a maturare più consapevolezza e ridurre tutti i casi di violenza e, specie dei femminicidi.