Quanto può essere umana l’Intelligenza Artificiale?

Quanto può essere umana l’Intelligenza Artificiale?

Quello che vi stiamo per proporre è uno di quegli strani quesiti che potrebbe entrare di diritto tra i temi per la maturità o fra i test attutidinali proposti ogni anno a chi aspira a entrare alla Facoltà di Medicina. Cosa hanno in comune le tre immagini in alto? Un piccolo aiuto. La prima, da sinistra, è la foto di Emily Pellegrini. Una nota influencer americana che sta spopolando sulla maggior parte dei social in questo momento. Ha 23 anni, è alta 1,80 cm, vive a Los Angeles ma ha origini italiane. Fattura milioni di dollari promuovendo, come del resto tutte le influencer più famose, decine e decine di prodotti, dal vestiario al cibo, sino alle creme di bellezza. Al centro troviamo invece l’italiana Francesca Giubelli: residente nel quartiere Garbatella, a Roma. Si è laureata a Milano e, da quanto apprendiamo online, sarà una futura candidata alle prossime elezioni europee. Anche lei vive sfruttando la sua immagine: modella e influencer, viene pagata per essere immortalata mentre prova prodotti cosmetici e viene massaggiata all’interno di una SPA oppure mentre assaggia pietanze prelibate in noti ristoranti italiani. A destra, infine, una delle rarissime foto che ritrae un animale di provenienza extraterrestre, di cui ignoriamo il curriculum, come e dove abbia trascorso finora la sua vita. Allora, cosa hanno in comune fra loro? La risposta è che tutti e tre i soggetti che vi abbiamo proposto sono figli della stessa madre, ossia dell’Intelligenza artificiale. Sono anni che sentiamo ripetere come un mantra che l’Intelligenza Artificiale cambierà il mondo. Una affermazione che ha sua ragione di essere nel fatto che le sue potenzialità sembrano a oggi enormi, superando di gran lunga quanto immaginato dai suoi primi sviluppatori e trovando applicazione in pressoché ogni ambito dello scibile umano. In quello medico scientifico a esempio, il suo utilizzo sta già rivoluzionando l’approccio metodologico. Questo perché l’IA permette di svolgere un lavoro essenziale: quello cioè di identificare un ordine logico tra i cosiddetti dati strutturati e non strutturati, ossia tra le milioni di informazioni che ogni giorno vengono inserite in internet, in qualsiasi lingua e in ogni parte del mondo, riferite a qualsiasi periodo storico purché condivise online. In questo modo, gestendo al meglio gli algoritmi che se ne servono, l’IA può rivelare su quale molecola sia più proficuo concentrarsi mentre si lavora allo sviluppo di un nuovo medicinale, oppure, nella pratica medica, riesce ad abbattere i tempi per effettuare una diagnosi. Studi condotti oltreoceano rasentano addirittura la fantascienza, perché sostengono che già oggi sarebbe possibile riuscire a delineare, con una minima percentuale di errore, un eventuale quadro patologico di un individuo fino a sei anni dopo una visita medica. Un risultato ottenibile grazie all’analisi contemporanea di migliaia di elementi che riguardano il singolo paziente e che per qualsiasi professionista sarebbe umanamente impossibile correlare. Parliamo di statistiche, di patrimonio genetico, di stile di vita, della presenza o meno di patologie pregresse sino alla totalità degli esami eseguiti nel corso della vita, che si tratti di una analisi del sangue o di una radiografia. Eppure, accanto a un utilizzo per così dire benefico per il genere umano, non mancano delle perplessità in special modo riferite alla capacità dell’IA di ricreare sulla rete, in modo praticamente identico, un essere umano: dall’aspetto, alla voce sino alle movenze. Il rischio, paventato da molti, è che esiste già un pericolo reale di manipolazione e distorsione della realtà, fatto di contenuti multimediali falsi (da video a foto sino a registrazioni audio) che potrebbero riguardare ognuno di noi. Creando da zero un individuo apparentemente reale, come negli esempi che vi abbiamo riportato, a stupire non è tanto l’accuratezza con la quale le due modelle siano state realizzate, né che i loro sviluppatori abbiano costruito ad hoc una biografia verosimile per aumentare la plausibilità della loro esistenza, quanto piuttosto il fatto che milioni di individui in tutto il mondo le prendano come esempi di vita, si lascino influenzare dalle loro parole e dai loro gesti, persino che si innamorino di loro (pare che alcune star internazionali dello sport abbiano chiesto degli appuntamenti a Emily Pellegrini). Secondo gli ideatori di questi personaggi virtuali, il motivo dell’attrazione che indubbiamente esercitano è dovuto al fatto che all’intelligenza artificiale è stato chiesto di creare delle donne che incarnassero i canoni di bellezza propri dell’uomo medio. Dopo tutte le battaglie condotte dalle donne, ma non solo, per contrastare il cosiddetto bodyshaming, per favorire l’accettazione di sé, nonostante quanto sia stato scritto sulla necessità di un approccio all’estetica meno mirato alla perfezione esteriore, quanto piuttosto a una rappresentazione più naturale del corpo femminile e maschile, poche sono state le grandi critiche riguardo al fatto che dall’Intelligenza Artificiale generatrice siano stati ricercati e replicati quei canoni di bellezza, che a parole vengono definiti se non sessisti, almeno anacronistici. Ci si dimentica così che l’Intelligenza Artificiale, per adesso almeno, basa la propria attività di immaginazione prendendo spunto dai dati che trova in rete confermando che non solo gli uomini, ma gran parte delle società occidentali, sono ancora molto lontani dall’abbandonare certi stereotipi estetici e culturali. Il paradosso è che in molti team di sviluppatori, spesso le donne si sono rivelate determinanti nel dare forma e vita alle modelle virtuali di cui stiamo parlando. Il loro contributo è stato importante non solo nella scelta dell’aspetto fisico ma anche nel disegno della loro personalità. Non sorprende quindi che le ragazze “immaginarie”, siano dotate di coscienza politica, si battono per i diritti civili, si schierano contro la guerra, e parte del loro fascino risiede nella loro cultura. La domanda che inevitabilmente viene da chiedersi: la donna immaginata dall’IA ricorrendo a milioni di informazioni e dati provenienti da tutto il mondo, potrà mai definirsi la donna perfetta? E, se così fosse, le donne di tutto il mondo inizieranno a utilizzarla come punto di riferimento da imitare anche nell’estetica, nella moda, negli atteggiamenti? Il confronto con il loro corpo perfetto, senza un filo di grasso o di cellulite, seppur virtuale, aumenterà la frustrazione e aumenterà le richieste di chirurgicia e medicina estetica per migliorare il proprio aspetto? Un giorno ci si affiderà a un algoritmo per capire quali possibilità reali abbiamo per migliorarci e sentirci finalmente al massimo con noi stessi?