Quanto è bravo il formulatore

Il successo di un prodotto farmaceutico o cosmetico spesso dipende dalle competenze e dalla creatività di chi lo formula

Una delle figure chiave all’interno di un’azienda dermatologica o cosmetica è quella del formulatore. Una professionista che può giungere a ricoprire questo incarico attraverso percorsi di formazione molto diversi fra loro, a partire dalla laurea che può essere in chimica, fisica, farmacia, biologia, tecnica di laboratorio, medicina, ingegneria. é evidente che di base deve avere quelle conoscenze di chimica analitica che gli garantiranno di saper usare gli strumenti e i metodi per separare, identificare e quantificare la materia, nonché dei componenti chimici di materiali e soluzioni naturali e artificiali, ma deve anche unire una notevole esperienza sulle buone pratiche di fabbricazione – in termini anglosassoni: (good manufacturing practices – GMP) – e dei requisiti normativi del settore industriale pertinente. Inoltre deve aver fatto esperienza in un laboratorio dove ha appreso le tecniche che si applicano nei diversi settori delle scienze naturali al fine di ottenere dati sperimentali, a esempio l’analisi gravimetrica, la gas-cromatografia e i metodi elettronici o termici. La lista delle competenze e delle conoscenze richieste per svolgere al meglio questa professione è così ampia che, considerando anche la velocità con cui cambiano le regolamentazioni europee, è difficile immaginare con precisione cosa faccia la differenza tra un ottimo formulatore, in grado di realizzare ottimi prodotti, e uno meno capace. C’è chi pensa che per lo sviluppo di prodotti innovativi in dermatologia e in cosmesi non basti la semplice pratica applicativa e ripetitiva, e che non sia sufficiente avere conoscenze di chimica organica, inorganica, chimica-fisica, macromolecolare e neanche conoscere i processi industriali, le materie prime, le superfici e i tipi di pelle, ma soprattutto il saper valutare al meglio i test comparativi fra le varie forme farmaceutiche. Val la pena ricordare, infatti, che quando si formulano prodotti topici si hanno a disposizione vari veicoli (polveri, liquidi, combinazioni di liquido e olio), che di per sé potrebbero essere causa anche di effetti avversi (p. es., dermatite allergica da contatto o dermatite irritativa da contatto). Inoltre, è fondamentale tener presente che i preparati acquosi e alcolici favoriscono l’evaporazione dell’acqua e la disidratazione e sono quindi da preferirsi negli stati d’infiammazione acuta. Anche le polveri sono adsorbenti, mentre le formulazioni a base di olio sono più idratanti e andrebbero preferite nell’infiammazione cronica. La scelta del veicolo deve poi essere guidata soprattutto dalla condizione patologica, dalla sede di applicazione e dagli effetti cosmetici. è per questo che un buon formulatore ricorre alle polveri inerti miscelate con sostanze attive per lesioni in zone umide o intertriginose. Quando si preferisce ricorrere a un’associazione di veicoli si può dar origine a una crema o a un unguento. Nel primo caso, in genere si tratta di emulsioni semisolide di olio e acqua impiegate per idratare, rinfrescare, e in caso di essudazione. Gli unguenti, invece, sono preparazioni oleose (p. es., vaselina) contenenti solo una quantità minima di acqua, agiscono da lubrificanti e aumentano la penetrazione del farmaco per la loro natura occlusiva. A parità di concentrazione dei principi attivi, in genere l’unguento risulta meno irritante se applicato su erosioni o ulcere, e più potente su croste, squame e lesioni lichenificate, come nel lichen simplex chronicus. Le lozioni, invece, sono emulsioni a base acquosa, facili da applicare sulla cute coperta da peli per rinfrescare e asciugare lesioni infiammatorie ed essudative. L’efficacia dei gel, dove le sostanze sono in sospensione in un solvente reso più denso con polimeri, è legata a un rilascio controllato dell’agente topico, per esempio nell’acne e nella rosacea. L’ultima delle forme topiche a cui i formulatori ricorrono sempre più spesso, sono le schiume, preparate in aerosol su base alcolica o emolliente, perché sono assorbite rapidamente e si fanno preferire per l’applicazione sulle zone pilifere del corpo. Un esempio specifico lo si riscontra nel trattamento della psoriasi negli adulti, per il quale sono disponibili cinque preparati topici semisolidi: unguento, gel, sospensioni, creme e, di recente con crescente consenso, la schiuma.

La domanda allora è: perché uno di questi cinque preparati può rappresentare agli occhi del formulatore il veicolo che garantirà la massima efficacia? Come fa a prevedere che quel veicolo sarà quello che migliorerà maggiormente l’aderenza, o che risulterà più sicuro in una strategia di trattamento a lungo termine (combinazione, sequenziale, reattivo, proattivo, ecc.)? Certamente l’esperienza professionale gli dice che i pazienti preferiscono i topici che si asciugano rapidamente e che l’untuosità è la principale ragione di una bassa adesione alla cura prescritta, al pari del tempo necessario e a un alto eventuale numero di applicazioni quotidiane. Per trovare risposte a questi fondamentali quesiti, però, il professionista fa ricorso spesso alla bibliografia, alla ricerca di articoli internazionali e validati da cui emergano evidenze ed esperienze fatte in laboratori e cliniche dermatologiche sparse in tutto il mondo, che offrano dati, per esempio, sull’assorbimento percutaneo e, di conseguenza, sulla velocità di passaggio del farmaco attivo attraverso lo strato corneo, la principale barriera della pelle. Risulta chiaro che la rapidità di azione può spiegare il miglioramento più celere dei sintomi cutanei e di conseguenza il potenziale aumento dell’aderenza e dell’efficacia del trattamento. A un’azienda farmaceutica attenta, inoltre, non sfugge il crescente consenso tra i dermatologi verso un approccio proattivo alla gestione a lungo termine della psoriasi da lieve a moderata (applicazione bisettimanale sulle aree precedentemente colpite), con terapie topiche tese a prevenire riacutizzazioni e mantenere la remissione, aumentare l’aderenza e migliorare a lungo termine risultati. Tornando alla psoriasi, e prendendo come esempio la sua forma a placche, che rappresenta quasi l’80% di tutte le diagnosi, una delle combinazioni di principi attivi più efficaci vede l’utilizzo combinato di calcipotriolo e betametasone. Veicolare al meglio questa combinazione di principi attivi, coniugando praticità ed efficacia, è stato a lungo oggetto di ricerche mirate che rendono ricca la bibliografia a disposizione del formulatore. La letteratura sembra confermare come la combinazione dei due ingredienti sia più efficace a determinate concentrazioni (calcipotriolo 50 μg/g – betametasone dipropionato 0,5 mg/g). Così come evidenze sembrano attestare che per aumentare la penetrazione e la biodisponibilità dei due principi attivi, sia molto efficace una formulazione in schiuma. Grazie all’utilizzo di propellenti volatili, che svaniscono rapidamente al momento dell’erogazione, la schiuma forma un sottile strato, super saturo e stabile sulla pelle, caratteristica fondamentale che favorisce la penetrazione del farmaco nell’epidermide. Inoltre col veicolo schiumogeno non si verifica la formazione di cristalli che inficiano l’efficacia del trattamento impedendo la penetrazione delle sostanze terapeutiche. La loro assenza, soprattutto in un lasso di tempo così esteso, come può essere il periodo di cura per una malattia cronica e soggetta a recidive qual è la psoriasi, rappresenta un vantaggio importante. E ciò senza influire negativamente sulla sicurezza, sull’omeostasi del calcio o sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. In tal senso, quindi, non sorprende l’accettazione mostrata dai dermatologi verso una formulazione topica che già è stata inclusa in diverse linee guida, fra le più avanzate per una strategia di cura proattiva. Perché in ultima analisi il successo terapeutico e commerciale di un prodotto è un gioco di squadra in cui scienza, ricerca, sicurezza, processi industriali e collaborazione con gli specialisti, tutti insieme mirano alla migliore cura e alla salute del paziente.