Intervenire sugli inestetismi del volto in maniera non aggressiva richiede approcci pianificati da illustrare con particolare cura ai pazienti
Intervista a cura di Fabiola Ciaccio
Secondo alcune ricerche di mercato condotte da diverse aziende leader in dermocosmetica – che abbiamo avuto la possibilità di leggere in maniera estremamente riservata – la domanda di interventi al viso, posta a dermatologi, medici e chirurghi estetici, si sta progressivamente spostando da trattamenti focalizzati alla correzione di singoli inestetismi, verso metodiche volte al recupero di un aspetto sano, riposato, luminoso, dalle proporzioni più armoniche. La maggior parte dei pazienti intervistati utilizza espressioni quali “mi vedo spento” o “mi vedo scavato”, percezioni soggettive della propria apparenza dietro le quali si celano spesso due condizioni fisiopatologiche distinte: alterazioni della qualità tissutale e deficit volumetrici dei tessuti molli. La capacità del clinico di discernere quale componente sia predominante, allora, rappresenta il presupposto, per non dire il cardine, sul quale formulare un approccio terapeutico volto al raggiungimento di un risultato globale in cui la naturalezza sia l’obiettivo principale. Voler apparire il più possibile naturali è la consolidata novità in un mondo che fino a qualche anno fa faceva della correzione il proprio modello d’intervento. Non si chiedono più modifiche che alterano o ingrandiscono alcuni elementi fondamentali del volto, dalle labbra alle guance, esponendo i pazienti a cambiamenti esagerati che denunciano inevitabilmente il ricorso a una “manina” esterna e che possono provocare sguardi maligni e critiche silenziose. Volendo quindi tracciare i connotati del paziente di oggi: questi desidera sentirsi meglio con se stesso, piacersi di più e vuole che il ricorso al chirurgo o al medico estetico passi quasi inosservato. Inoltre è estremamente più informato rispetto al passato, vista la possibilità di accedere a tutta una serie di informazioni che fino a qualche anno fa erano di esclusivo appannaggio del medico, non solo estetico. Del resto, navigando su internet o utilizzando a dovere i sistemi di Intelligenza Artificiale, resi disponibili gratuitamente dai principali motori di ricerca, e persino da alcuni social sullo smartphone, chiunque può chiedere pareri sulla propria immagine estetica, identificandone eventuali difetti e le metodiche più appropriate per la loro riduzione incruenta. Esistono delle App in cui basta caricare la foto del proprio viso o corpo per ricevere nel dettaglio delle proposte per eliminare rughe o altri segni dell’età e, nel caso della remise en forme, dei piani strutturati di allenamento corporeo. Tuttavia, e non potrebbe essere altrimenti, si tratta spesso di informazioni apparentemente personalizzate ma, per lo più, standardizzate e frammentarie, per non dire imprecise, che possono portare a peggiorare le cose. Un esempio calzante riguarda il dimagrimento corporeo per il quale i suggerimenti e le prescrizioni che arrivano dal mondo digitale sono infiniti.
Essi si fondano su algoritmi e statistiche che prendono come riferimento dati generali come età, peso, altezza, sedentarietà e regime alimentare, ma difficilmente possono rivelare in modo preciso, per esempio, l’indice di massa grassa o altri dati essenziali relativi al metabolismo, alla presenza o meno di allergie o problematiche mediche preesistenti, la tonicità muscolare, il grado di osteoporosi, problemi ormonali che incidono sul contenuto dei liquidi extracellulari, etc. Lo stesso dicasi per quei sistemi digitali che consigliano trattamenti per il viso e che sostanzialmente chiedono solo se chi li utilizza sia un fumatore, la sua età, la durata dell’esposizione solare media, ignorando una puntuale anamnesi e check up cutanei che invece sono fondamentali per intraprendere qualsiasi percorso di cura efficace. Anche il paziente più disinformato e ingenuo dovrebbe sapere che, se oggi si garantisce così tanto la “personalizzazione” dell’approccio medico, c’è più di un perché. Ogni pelle e ogni corpo sono diversi l’uno dall’altro, così come ogni volto ha caratteristiche uniche che un algoritmo difficilmente può identificare. Ogni percorso terapeutico per essere efficace, quindi, non può fare a meno dell’occhio clinico e dell’esperienza dell’operatore sanitario che, oltre ad avere una preparazione specifica, ha anche una conoscenza diretta dei nuovi device a disposizione sul mercato, siano essi farmacologici che tecnologici, e può scegliere con accuratezza cosa adoperare. Ne parliamo con due esperti del settore: il Prof. Mario Marchetti, Presidente dell’azienda Italfarmacia, specializzata nell’ideazione, realizzazione e commercializzazione di dispositivi medici, integratori alimentari e dermocosmetici; e con il Prof. Domenico Amuso, Medico Estetico e Responsabile scientifico della stessa azienda. E proprio da quest’ultimo e dalla sua esperienza nel campo in cui opera, iniziamo.
Se il paziente si fida sempre più dei consigli raccolti in rete, come si possono riaffermare fiducia e ruolo del medico?
In un contesto in cui la medicina estetica rischia di essere percepita come una scorciatoia, la spiegazione precisa e comprensibile del percorso terapeutico proposto, rafforza l’alleanza medico‑paziente, specie se gli si chiarisce il perché si ricorre a prodotti o strumenti che corrispondono ai bisogni fisiologici differenti, dei vari tessuti e distretti. E, in ultima analisi, ciò rappresenta quell’elemento di buona pratica clinica che le macchine, anche le più performanti, non possiedono ancora. Le faccio un esempio. Prima lei ha parlato delle due espressioni più abusate da chi entra nello studio del medico estetico, ossia “mi vedo spento” o “mi vedo scavato”. Il medico comprende che si tratta di considerazioni soggettive, dettate dalla percezione che il paziente prova davanti allo specchio. Sa che possono scaturire da problematiche psicologiche o relazionali profondamente diverse. L’operatore attento sa distinguere se necessitano solo interventi orientati alla qualità cutanea o ai volumi, oppure se ci si trova di fronte ad aspettative irrealistiche che nascondono insicurezze o una vera dismorfofobia. Un algoritmo, invece, è meno empatico: tiene conto dei dati clinici e non delle emozioni.
Alla luce di tutto ciò, come cambia l’approccio degli interventi?
Prendiamo a esempio quando la cute appare spenta. Al paziente va spiegato che probabilmente la risposta più appropriata è un trattamento di biostimolazione che risolve lo stato di disidratazione dermica e interviene in modo efficace per ripristinare la funzionalità della matrice extracellulare (ECM) che risulta invece ridotta. Bisogna aiutarlo a comprendere che sono questi i principali fattori che comportano perdita di elasticità, turgore e luminosità. Quando invece il quadro clinico è dominato da perdita di sostegno, svuotamenti, depressioni cicatriziali o asimmetrie, la sola bio‑idratazione non è sufficiente. In questi casi è necessario un dispositivo con proprietà reologiche e persistenza adeguate alla correzione volumetrica. In questo secondo caso, dovrà accettare che l’intervento necessiterà di una pianificazione volumetrica e non solo di biostimolazione.
Prof. Marchetti, ci può illustrare i vostri protocolli di biostimolazione
Quando la cute appare “spenta”, gli interventi puramente ottici sono insufficienti e va ripristinata l’omeostasi idrica e la funzionalità dell’ECM. La nostra azienda ha messo a punto un dispositivo di bio-stimolazione dermica per l’idratazione e un supporto funzionale del derma (Hydropower®). Si tratta di una soluzione viscosa sterile per microiniezione intradermica, costituita da acido ialuronico sale sodico 25 mg/ml associato a un pool selezionato di amminoacidi. Il razionale d’uso si fonda su evidenze consolidate e il materiale tecnico del dispositivo riporta parametri fisico‑ chimici rilevanti per la sicurezza e la tollerabilità intradermica, quali: pH fisiologico, osmolarità controllata, monitoraggio delle endotossine batteriche. Tutti questi elementi sottolineano che non si tratta di una semplice idratazione cosmetica, ma di un impianto intradermico destinato a un utilizzo medico, con requisiti di qualità e sicurezza specifici. Il protocollo di trattamento suggerito segue una logica di costruzione e mantenimento funzionale: 1 seduta ogni 7 giorni × 4; 1 seduta ogni 15 giorni × 2; mantenimento mensile. Questa sequenza risulta coerente con i quadri clinici caratterizzati da stress cutaneo, variazioni stagionali, esposizioni ambientali, reattività cutanea.
Per ripristinare i volumi, invece, qual è la vostra proposta?
Quando il quadro clinico si caratterizza per una perdita di sostegno, svuotamenti, depressioni cicatriziali, lipoatrofie o asimmetrie facciali, si richiedono volumi maggiori rispetto ai filler tradizionali. Per questo scopo abbiamo messo a punto un idrogel monofasico (SKIN‑F Total Lift 10 ml) costituito da ialuronato di sodio reticolato 20 mg/ml in acqua tamponata sterile, con aggiunta di glicina e prolina, aminoacidi coinvolti nella struttura del collagene. La siringa da 10 ml ha una precisa indicazione d’uso: il dispositivo è progettato per trattare aree estese e deficit volumetrici significativi. Raccomandiamo di non superare i 10 ml per seduta, l’impiego di cannule adeguate, l’iniezione lenta con tecnica retrograda, modellamento finale, che rappresentano le linee guida appropriate e sicure.
È possibile un approccio combinato?
L’integrazione dei due dispositivi è possibile ma con una logica sequenziale che mira prima alla qualità cutanea e poi alla struttura e ai volumi. Per risultati armonici s’interviene prima sulla “tela” (idratazione, elasticità, texture) e dopo sull’“architettura” (proiezioni, sostegno, simmetria). Un volume correttamente ripristinato su una cute impoverita può apparire innaturale; mentre con un approccio più conservativo, una cute più idratata e funzionale valorizza il successivo intervento volumetrico.







