Parliamo di una malattia spesso sottovaluta ma che in estate potrebbe peggiorare, insieme al Prof. Romeo Martini, Presidente SIAPAV
Prof. Romeo Martini, Pres. Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare (SIAPAV)
Pesantezza alle gambe, dolore, gonfiore, varici, edema, alterazioni della cute e, nelle forme più avanzate, ulcere: sono alcune delle possibili manifestazioni di una condizione progressiva molto diffusa che interessa il sistema venoso degli arti inferiori: la malattia venosa cronica. Sotto questo nome si indica l’intero spettro delle alterazioni croniche determinate da un malfunzionamento del sistema venoso degli arti inferiori: dalle forme iniziali, come le varici, fino alle manifestazioni più avanzate caratterizzate da edema, alterazioni della cute e ulcere venose. La malattia presenta quindi uno spettro clinico molto ampio e, in una parte dei pazienti, può evolvere verso forme progressivamente più complesse. Le evidenze disponibili, per esempio, suggeriscono che, soprattutto nelle forme più avanzate di insufficienza venosa cronica, vi sia una maggiore associazione con fattori di rischio e comorbidità cardiovascolari. Estremamente diffusa nella popolazione adulta, anche se le stime di prevalenza variano considerevolmente in relazione alle coorti studiate e ai criteri utilizzati per definirla. Per le forme clinicamente più avanzate della malattia, caratterizzate dalla presenza di edema persistente, alterazioni trofiche della cute e, nei casi più gravi, ulcere venose, si usa l’espressione “insufficienza venosa cronica”. Per saperne di più, abbiamo posto qualche domanda al Professor Romeo Martini, Presidente della Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare (SIAPAV).
Esistono differenze di genere nella manifestazione e nella progressione della malattia venosa cronica?
Nelle donne osserviamo frequentemente le manifestazioni iniziali della malattia venosa cronica, in particolare le varici, talvolta anche in assenza di disturbi particolarmente importanti. Fattori ormonali e condizioni come la gravidanza possono contribuire alla comparsa e alla progressione della patologia. Negli uomini, invece, si trovano non di rado forme più avanzate, cioè quadri di insufficienza venosa cronica caratterizzati da gonfiore, alterazioni del colore e della struttura della cute e, nei casi più gravi, ulcere. Una possibile spiegazione è che l’uomo tende maggiormente a sottovalutare i primi segni clinici, considerandoli spesso un semplice problema estetico, e arrivi quindi più tardi alla valutazione dell’angiologo. Al di là delle differenze epidemiologiche tra i sessi, il messaggio fondamentale è che la presenza di varici, soprattutto quando associate a edema, alterazioni della cute o sintomi persistenti, non dovrebbe essere mai banalizzata.
L’infiammazione rappresenta uno dei meccanismi coinvolti nella fisiopatologia di numerose malattie croniche. Quale ruolo svolge nella malattia venosa cronica?
Nella malattia venosa cronica uno dei principali meccanismi è l’ipertensione venosa, che può essere determinata dal reflusso del sangue conseguente alla perdita di funzionalità delle valvole venose. Possiamo immaginare queste valvole come delle piccole “porte” che, quando funzionano correttamente, favoriscono la risalita del sangue verso il cuore impedendone il ritorno verso il basso. Anche l’ostruzione di una vena, ad esempio come conseguenza di una precedente trombosi, oppure una ridotta efficacia dell’azione dei muscoli delle gambe possono ostacolare il normale ritorno del sangue verso il cuore. Quando queste condizioni persistono, la pressione all’interno del sistema venoso aumenta e può progressivamente ripercuotersi anche sul microcircolo. I capillari diventano più permeabili e una maggiore quantità di liquidi passa nei tessuti, provocando gonfiore. Se il fenomeno persiste nel tempo, si attivano meccanismi infiammatori locali che possono contribuire al progressivo danneggiamento dei tessuti e alla comparsa di alterazioni cutanee fino, nei quadri più avanzati, alle ulcere. Le evidenze epidemiologiche hanno inoltre mostrato che i pazienti con forme più avanzate di insufficienza venosa cronica presentano con maggiore frequenza alcuni fattori di rischio cardiovascolare e patologie cardiovascolari associate. Questo non significa che le varici provochino direttamente un infarto o un ictus, ma suggerisce l’opportunità di considerare il paziente nella sua globalità e, quando indicato, di valutarne anche il profilo complessivo di rischio cardiovascolare.
Quale potrebbe essere un corretto approccio terapeutico
La gestione della malattia venosa cronica deve essere personalizzata sulla base dei sintomi, dello stadio clinico e delle eventuali alterazioni anatomiche e funzionali del sistema venoso, attraverso una valutazione clinica specialistica angiologica e, quando indicato, un esame eco-color-Doppler. Le strategie terapeutiche possono comprendere modifiche dello stile di vita e dell’attività fisica, terapia compressiva, farmaci venoattivi e, nei pazienti appropriati, trattamenti interventistici finalizzati alla correzione delle alterazioni del sistema venoso. Le linee guida internazionali considerano i farmaci venoattivi tra le opzioni terapeutiche per il controllo dei sintomi della malattia venosa cronica. Tra questi vi è la frazione flavonoica purificata micronizzata, costituita principalmente da diosmina e da altri flavonoidi espressi come esperidina, utilizzata per il trattamento di sintomi quali pesantezza, dolore, sensazione di gonfiore e altri disturbi correlati alla malattia venosa.
In che modo la frazione flavonoica purificata micronizzata può intervenire sui meccanismi della malattia?
I farmaci venoattivi possono agire attraverso differenti meccanismi. Per la frazione flavonoica purificata micronizzata sono stati descritti effetti sul tono venoso e sul microcircolo, oltre a un’azione su alcuni dei meccanismi coinvolti nell’attivazione dell’endotelio, nell’infiammazione locale e nell’aumento della permeabilità capillare. Dal punto di vista clinico, l’obiettivo principale è ridurre sintomi come pesantezza, dolore e gonfiore e migliorare la qualità di vita del paziente. È però importante sottolineare che la terapia farmacologica rappresenta uno degli strumenti disponibili e deve essere inserita, quando necessario, in una strategia terapeutica complessiva e personalizzata.
Quali sono i vantaggi clinici di un intervento tempestivo per prevenire l’evoluzione della CVD verso quadri anche dermatologici più complessi e invalidanti?
Una diagnosi tempestiva consente innanzitutto di individuare i meccanismi alla base della malattia, riconoscere i fattori che possono favorirne la progressione, controllare i sintomi e scegliere la strategia terapeutica più appropriata per il singolo paziente. L’obiettivo è evitare che una condizione inizialmente limitata venga trascurata fino alla comparsa di edema persistente, alterazioni della cute o ulcere. Intervenire precocemente significa quindi non soltanto controllare meglio i sintomi, ma anche mettere in atto tutte le strategie disponibili per ridurre il rischio di evoluzione verso quadri clinici più complessi.
Come fare per assumere maggiore consapevolezza?
Bisogna partire da un presupposto: nella stagione estiva molti pazienti tendono a rivolgersi al medico per quelli che considerano solo disturbi o addirittura “inestetismi” stagionali. Il dermatologo e il medico estetico dovrebbero educare il paziente a non banalizzare questi segnali e a riconoscerli come possibili manifestazioni di una patologia complessa e progressiva del sistema vascolare. Il caldo può accentuare i sintomi della malattia venosa cronica perché determina vasodilatazione, un meccanismo fisiologico necessario all’organismo per disperdere il calore. Nelle persone che presentano un’alterazione del ritorno venoso, questa dilatazione può aumentare il ristagno di sangue nel sistema venoso degli arti inferiori e accentuare sintomi come pesantezza e gonfiore. Questo non significa creare allarmismo, ma evitare di banalizzare segnali persistenti. Un problema apparentemente soltanto estetico può essere la prima manifestazione di una vera patologia venosa. Riconoscerla precocemente significa poter intervenire prima, ridurre i sintomi, preservare la qualità di vita e mettere in atto le strategie più appropriate per contrastarne, quando possibile, l’evoluzione verso quadri clinici più complessi.





