Un processo infiammatorio di basso grado ma cronico caratterizza più condizioni patologiche anche cutanee
L’infiammazione silente, di basso grado, è una risposta fisiologica di difesa che, se non controllata, può diventare cronica e progredire in numerose malattie non trasmissibili, come la sindrome metabolica, il diabete di tipo 2, l’obesità, l’aterosclerosi, neurodegenerative e cutanee (acne, psoriasi, dermatite atopica, rosacea). A differenza dell’infiammazione classica localizzata, la cui sintomatologia è intensa, acuta e dolorosa, la forma silente è sistemica, non è percepita perché indolore, ma causa danni che nel tempo sfociano in malattie croniche. La sua causa principale consiste nelle interazioni negative di numerosi geni, in particolare quelli che regolano il processo infiammatorio, con un regime alimentare che contribuisce a mantenere l’infiammazione nel tempo. Secondo la letteratura scientifica, il fattore che più contribuisce alla sua diffusione è il maggior consumo di carboidrati raffinati ad alto carico glicemico. Vale ricordare che il carico, o meglio, l’indice glicemico di un carboidrato è dato dalla quantità consumata moltiplicata per la velocità d’ingresso nel sangue sotto forma di glucosio. Nutrirsi con alimenti che ne contengono un’alta quantità dà luogo a un’iperproduzione di insulina, necessaria per abbassare la glicemia. Quando, in individui predisposti geneticamente, a ciò si unisce una dieta con molti oli di semi raffinati ricchi di acidi grassi omega-6 e un minor consumo di acidi grassi omega-3 a catena lunga, si produce più acido arachidonico (AA) che rientra nel gruppo degli omega-6 ed è un precursore degli eicosanoidi proinfiammatori, con un conseguente incremento e sostegno all’infiammazione silente. Esiste un marcatore clinico che, al di là dell’aspecifica proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hs-CRP), in maniera più selettiva può aiutare a diagnosticarla, ed è il rapporto fra l’acido arachidonico ematico e l’acido eicosapentaenoico (EPA), che appartiene al gruppo degli omega-3 e stimola gli eicosanoidi antinfiammatori. Più alto è il valore del rapporto AA/EPA maggiore è il livello d’infiammazione silente in quasi tutte le patologie croniche. Una dieta antinfiammatoria rappresenta uno dei principali fattori in grado di modulare la risposta infiammatoria sistemica, influenzando in maniera significativa i livelli di mediatori infiammatori come interleuchina-6 (IL-6), proteina C-reattiva e fattore di necrosi tumorale α (TNF-α)[1] e di migliorare lo stato ossidativo cellulare. Il regime alimentare più indicato si fonda sul consumo di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, pesce, olio d’oliva, noci e semi oleosi, e una riduzione degli alimenti ultraprocessati, zuccheri semplici e grassi saturi. L’obiettivo è creare un equilibrio tra macronutrienti e micronutrienti con azione antiossidante e immunomodulante, che includono: acidi grassi omega-3 (EPA, DHA), in grado di ridurre la sintesi di eicosanoidi pro-infiammatori derivati dall’acido arachidonico; polifenoli (resveratrolo, flavonoidi, antocianine), dotati di attività antiossidante e di capacità di modulare la trascrizione di geni infiammatori tramite l’inibizione del fattore NF-κB; fibre alimentari, che migliorano il metabolismo del glucosio e favoriscono la produzione di acidi grassi a corta catena (SCFA) da parte del microbiota intestinale, con effetto anti-infiammatorio sistemico. Tra i micronutrienti implicati, lo zinco (Zn) riveste un ruolo cruciale nella regolazione della funzione immunitaria, nella protezione dallo stress ossidativo e nella modulazione delle citochine pro-infiammatorie. Nell’acne volgare, malattia infiammatoria cronica dell’unità pilosebacea, influenzata da fattori ormonali, microbici (Cutibacterium acnes) e metabolici, una dieta ricca di zuccheri semplici, latte e alimenti ad alto indice glicemico stimolano l’insulina e l’IGF-1, che aumentano la produzione di sebo e attivano vie infiammatorie (mTORC1). Una dieta antinfiammatoria deve tendere a ridurre il carico glicemico, per un minore stimolo di IGF-1. Un maggior apporto di omega-3 riduce la produzione di citochine pro-infiammatorie, mentre i polifenoli (es. tè verde, curcuma) hanno un’azione antiossidante e modulatrice del microbiota cutaneo.[2] La presenza dello zinco favorisce la protezione delle cellule dallo stress ossidativo e svolge azione antinfiammatoria. La sua carenza, anche marginale, è associata a disfunzioni immunitarie e a un incremento della risposta infiammatoria[3].
Lo zinco regola poi l’attività dei linfociti T e B, favorendo la tolleranza immunitaria e riducendo la produzione di citochine pro-infiammatorie e, attraverso la partecipazione all’enzima superossido dismutasi (SOD), contribuisce alla neutralizzazione delle specie reattive dell’ossigeno (ROS), riducendo lo stress ossidativo che alimenta i processi infiammatori cronici[4]. Anche la psoriasi è una patologia infiammatoria cronica, caratterizzata da iperproliferazione dei cheratinociti e mediata da IL-17, IL-23 e TNF-α, strettamente associata a obesità, insulino-resistenza e sindrome metabolica, condizioni in cui la dieta gioca un ruolo chiave. Benefici clinici si ottengono con il controllo del peso corporeo che porta alla riduzione dei livelli di IL-6 e TNF-α circolanti, e la riduzione dei grassi saturi e trans, con una diminuzione della produzione di eicosanoidi pro-infiammatori. L’aumento degli omega-3 (EPA e DHA) e la supplementazione di antiossidanti e polifenoli (frutta, verdura, olio EVO) favoriscono anche la modulazione del danno ossidativo epidermico[5-6]. Caratterizzata disfunzione della barriera cutanea e alterazioni del microbiota oltre che da un’infiammazione silente cronica, è la dermatite atopica in corso della quale l’alimentazione può influenzare la severità attraverso meccanismi immunitari e antinfiammatori. Omega-3 e vitamina D riducono la risposta Th2 e la produzione di IL-4, IL-13. Lo Zinco, invece è fondamentale per la funzione di barriera cutanea, la cicatrizzazione e la regolazione della risposta immunitaria. L’aggiunta di probiotici e fibre porta al miglioramento dell’equilibrio del microbiota intestinale, con effetto sistemico anti-infiammatorio[6]. Infine, la stessa rosacea, dermatosi infiammatoria cronica del viso associata a stress ossidativo e disfunzione vascolare è stimolata da alcuni trigger dietetici (alcol, caffè, cibi piccanti, alimenti ad alto indice glicemico) che possono anche peggiorarla. Una dieta antinfiammatoria, povera in cibi che attivano TRPV1 (recettori della capsaicina), ricca di antiossidanti, acidi grassi essenziali e alimenti antiangiogenici (tè verde, mirtilli, curcuma) migliora la barriera vascolare e aiuta a ridurre l’eritema[7].
Bibliografia
1) Calder PC. Nutrition and immunity: lessons for COVID-19. Eur J Clin Nutr. 2021;75:1309–1318.
2) Smith RN et al., Am J Clin Nutr 2007; Burris J et al., J Acad Nutr Diet 2017.
3) Cochrane Central Register of Controlled Trials, Embase, MEDLINE e Ovid (2019)
4) Marreiro DD et al. Zinc and oxidative stress: current mechanisms. Antioxidants. 2017;6(2):24.
5) Barrea L et al., Nutrients 2020;
6) Gisondi P et al., Br J Dermatol 2018.
7) Kim J et al., Nutrients 2016; Kanda N et al., J Dermatol Sci 2019





