Quando si parla di fotoprotezione di solito ci si riferisce a quella di tronco, arti e volto ma anche proteggere il cuoio capelluto è fondamentale
Del Dott. Paolo Gigli, Medico Tricologo
Presso le popolazioni antiche, spesso si ricorreva ai miti per insegnare al popolo regole da seguire per tutelare la propia salute. Nel “Libro della vacca celeste”, legato all’antica religione egiziana, si parla della storia del dio Ra, incarnazione del Sole. La divinità, ormai vecchia e stanca, era diventata sempre più paranoica nei confronti dell’umanità e degli uomini che lo veneravano sempre meno. Per far loro paura e spingerli a tornare a una sana devozione nei suoi confronti, Ra inviò allora sulla terra la dea Sekhmet, come incarnazione della sua ira. La leggenda racconta che la dea spesso si manifestava come raggi di pura energia che incenerivano chiunque osasse sfidarla e che, alla fine, compì stragi indiscriminate in nome della fede. A questo punto, Ra, impietosito, rivelò agli uomini un metodo per difendersi da Sekhmet: insegnò loro a produrre la birra e a tingerla di rosso usando il succo di melograno. Riversando tale liquido sulle loro case, sui loro campi e su loro stessi, gli umani riuscirono a indebolire Sekhmet che, scambiando tale liquido per sangue, lo bevve fino a ubriacarsi. Questo fece sì che si trasformasse nell’innocua dea Hator, incarnazione della fertilità e dei benefici legati al Sole. Non è inverosimile pensare che questa favola sia stata scritta e tramandata appositamente per divulgare un concetto tanto semplice quanto fondamentale: l’esposizione solare incontrollata può diventare pericolosa ed è importante trovare mezzi per proteggere la propria pelle e goderne invece dei tanti effetti positivi. Oggi, fortuntamente, la conoscenza dei meccanismi attraverso i quali i raggi solari interagiscono con la pelle, e anche con i capelli, nonché di ciò che una fotoesposizione scorretta può provocare alla salute umana, sono acquisizioni comuni. La ricerca, nell’ultimo secolo, si è concentrata nella produzione di sostanze fotoprotettrici sempre più performanti sia a livello di sciurezza che di tollerabilità. In linea di principio, come noto, tali preparati agiscono riflettendo o assorbendo la radiazione solare UVA e UVB, e il loro grado di efficacia è misurato secondo il noto valore SPF, acronimo che sta per Sunburn Protection Factor. Un pò meno conosciuta al grande pubblico è la formula che lo sottende e che può essere calcolata in vivo o in vitro. L’SPF (in vivo) è lo standard ed è definito dal numero di fotoni UVB incidenti su pelle fotoprotetta necessari a indurre uno stato di infiammazione localizzato dopo 24 ore dall’esposizione, diviso per il numero di fotoni incidenti necessari a causare infiammazione in pelle non trattata. Quindi, in poche parole, se 1 fotone incidente su una pelle non trattata causa infiammazione, con l’applicazione di un fattore di protezione SPF30 saranno necessari 30 fotoni per ottenere la stessa risposta infiammatoria. L’SPF (in vitro), invece, è utilizzato come screening per un prodotto a monte, e per avere un’idea di quali formulazioni presentino una buona capacità filtrante. Per calcolarlo si utilizza uno spettrofotometro, applicando uno strato di dimensioni note di fotoprotettore a una lastra di plexiglass (trasparente alla radiazione UV) e misurando poi la trasmittanza attraverso la lastra (rapporto tra l’energia luminosa emessa dalla sorgente e quella che, attraversato il campione, raggiunge un foto-detector). Tuttavia, quando si valuta l’efficacia di una formulazione per la fotoprotezione, non è importante solo che essa sia in grado di ridurre la trasmittanza della radiazione UVB, ma anche quella dei più dannosi UVA. Va sempre tenuto in considerazione, infatti, la classificazione dei raggi UV, effettuata a seconda della loro energia e capacità di penetrazione cutanea. Nello specifico, non è superfluo ricordare sempre ai pazienti la differenza tra UVA, UVB, UVC, di cui i primi sono i meno energetici, con lunghezza d’onda minore (315–400 nm), ma sono assorbiti in misura minore dall’epidermide e quindi, riescono a raggiungere in profondità il derma e causare danni al DNA cellulare; gli UVB, invece, hanno minore lunghezza d’onda (280–315 nm) e maggiore energia, ma sono meglio filtrati dagli strati dell’epidermide e sono direttamente coinvolti nella produzione di vitamina D; gli UVC, infine, sono quelli a lunghezza d’onda più corta (100-280 nm) e conseguentemente a maggior energia e, come gli UVA, penetrano in profondità nella pelle, e quindi sono poco assorbiti dagli strati superficiali epidermici.
Fortunatamente questo particolare spettro di radiazioni è fortemente assorbito e schermato dallo strato di Ozono atmosferico. Per tale motivo, nella formulazione di un prodotto specifico per la fotoprotezione, è fondamentale considerare non solo l’alto valore di SPF, ma anche che esso riduca la trasmittanza nello spettro UVA. Per tale motivo la legge stabilisce che i fotoprotettori abbiano almeno 1/3 del valore di SPF in protezione rispetto agli UVA (UVAPF). Inoltre, sempre per assicurare la protezione anche dagli UVA, il fotoprotettore deve anche specificare la “lunghezza d’onda critica” (λc), ovvero la lunghezza d’onda alla quale il prodotto assorbe il 90% della radiazione UV totale che è capace di assorbire. Ancora più complesso, progettare un prodotto che protegga dai raggi solari ma sia specifico per il paziente tricologico. Quando si parla di fotoprotezione, infatti, la concezione comune è che si debbano proteggere per lo più tronco, arti e volto, ma in pochi riflettono su quanto sia importante proteggere anche il cuoio capelluto che, di fatto, è la parte del corpo che riceve il maggior irraggiamento solare. Nel paziente tricologico, un’azione indiscrimanata dei raggi soltari può portare all’aggravarsi di un’alopecia già presente, generando situazioni di telogen effluvium attinico e di ritardo del ritorno in anagen dei follicoli. Ovviamente, per tali pazienti è difficile poter usare una vera e propria crema solare, in virtù delle qualità organolettiche e cosmetologiche della crema stessa che causerebbe disagio al paziente che l’applica sulla testa. Fortunatamente, anche in questo caso, anni di ricerca cosmetologica hanno portato alla messa a punto di formulazioni pensate appositamente per tali esigenze. Un esempio, in tal senso, è quello costituito dalle ultime referenze dall’azienda Wikenfarma che, specializzata nello sviluppo di formulazioni basate principalmente su patologia, età e sesso del paziente offre soluzioni sartoriali e basate sulle reali esigenze, realizzando un prodotto contenente filtri solari in spray volatile (Trivis UV Spray) con una λc di 375 nm che lo rende capace di protezione ad ampio spettro. Seguendo un razionale di protezione solare completa, l’azienda ha lanciato anche un integratore (Trivis UV Capsule) che agisce in maniera fisiologica e specifica per la salvaguardia dei capelli, prevenendo il Telogen Effluvium e i danni dovuti all’esposizione solare. I due prodotti, assunti e applicati sinergicamente, assicurano una protezione efficace sia per pelle che per i capelli.
Bibliografia
UNI ENTE Italiano di Normazione, Metodo per la determinazione in vivo del fattore di protezione solare, UNI EN ISO 24444:2022





