Qualsiasi parte del corpo, anche la più intima, può essere lo specchio di un malessere interiore non affrontato adeguatamente
Quante volte avete sentito l’espressione: ”la pelle è la mappa del nostro vissuto”? Sicuramente molto spesso. Indubbiamente, lo strato esterno del nostro corpo, riflette in maniera visibile quanto ci è accaduto in vita: alcuni dei traumi che ci sono capitati sottoforma di cicatrici, i nostri vizi come nel caso del fumo o dell’alcol che si manifestano sul colorito ma anche sull’accentuazione delle rughe, la nostra età naturalmente, e anche le nostre emozioni quando arrossiamo o impallidiamo. Qualche volta, quando non si riesce, non si vuole o non si è in grado di esprimere a parole ciò che si prova, la pelle può parlare per noi anche attraverso un linguaggio fatto di sintomi. Le dermatiti psicosomatiche sono forse l’esempio più evidente e anche quello con maggiori conseguenze dato che possono impattare sulla qualità della vita e accentuare stati d’animo negativi che a loro volta possono peggiorare il malessere psicologico che li ha generati in un ciclo continuo, apparentemente senza fine. Almeno fin quando non viene affrontato nel modo giusto. Un esperto in questo campo è Diego Dal Sacco: un dermatologo di Genova, da sempre appassionato di psicosomatica, specializzato in Psicoterapia Psicoanalitica. Riportiamo un interessante contributo, estrapolato dal suo libro “Dermatologia Psicosomatica – Quando è la pelle a parlare” (Armando Editore), di recente pubblicazione, incentrato sulle patologie genitali maschili e femminili di interesse psicodermatologico e in particolare sulla vulvodinia e le balanopostiti.
Solitamente le pazienti affette da vulvodinia non consultano il dermatologo, preferendo rivolgersi al ginecologo, al sessuologo a allo psicologo. Vasileva, Strashilov & Yordanov (2020) la definiscono come una condizione di dolore o disagio vulvare cronico, in assenza di un’eziologia evidente, che può interessare fino al 16% della popolazione e può colpire tutta la vulva o porzioni specifiche come il clitoride (clitorodinia) o il vestibolo della vagina (vestibolodinia). Per la mia esperienza clinica, bisogna procedere con estrema cautela in queste situazioni, senza essere troppo intrusivi nell’anamnesi e lasciando il tempo alla paziente di capire se è il momento giusto per confidarsi e se siamo la persona giusta con cui farlo. A volte si tratta di una percezione accentuata del dolore che si manifesta in seguito a traumi. In altri casi invece è la manifestazione somatica di una tendenza al controllo e all’ossessività, che colpisce quella zona per rendere impossibile l’atto sessuale, anche se consenziente, semplicemente per il fatto di non poterlo controllare completamente. In altri casi ancora è un modo inconscio per tenere distante l’altro quando non si è realmente pronti per affrontare una relazione o a volte una gravidanza. In certi casi, si tratta quindi di una malattia della pelle immaginaria, perché non si osservano lesioni cutanee vere e proprie (anche se talvolta è presente un lieve eritema). La balanopostite è una infiammazione del glande e del prepuzio legata principalmente a fattori organici come irritanti, allergeni, agenti infettivi o malattie infiammatorie che oltre a colpire la pelle si sono focalizzate sulla mucosa. Talvolta però, nonostante si tratti di malattie della pelle reali, dove sono presenti lesioni come eritema, desquamazione, prurito, è possibile inquadrarle come malattie psicosomatiche per l’importanza che i fattori psichici esercitano sul livello di infiammazione. Per fare un esempio: se un paziente presenta una balenite psoriasica avrà una malattia organica vera e propria della pelle, che però risentirà sia delle condotte del paziente che potrebbe essere portato a lavarsi eccessivamente, che dalla sua ansia, perché il timore di avere una malattia infettiva o di generare disgusto nel partner potrebbe amplificare il grado di infiammazione.
In altri casi invece si osservano lesioni genitali indotte proprio dalle condotte dei pazienti che si lavano troppo o si toccano ossessivamente, per cui si tratta di malattie della pelle immaginate. In altri casi ancora, non sono visibili alterazioni della pelle e delle mucose, ma il paziente avverte fastidio o lamenta eritemi che il clinico non riesce ad apprezzare; in queste situazioni si tratta di un problema della pelle e delle mucose immaginate. A volte si tratta di ipocondria oppure di ossessioni, altre volte di una richiesta di attenzione, oppure ancora di un problema relazionale. Mi è capitato di seguire pazienti che avevano da poco terminato delle relazioni e non si sentivano ancora pronti ad affrontarne una nuova, ma a cui capitava l’occasione di frequentare nuove persone, per cui il disagio a livello intimo rappresentava un modo per interrompere sul nascere l’approccio sessuale, perché “indisposti”. Si tratta di un processo inconscio che il paziente, non essendo consapevole di questi meccanismi, tende a pensare che in realtà chi lo sta curando, non sapendo risolvere il suo problema lo etichetti come “malato immaginario”, motivo per cui tenderà a consultare numerosi specialisti (“dispersione degli agenti responsabili” secondo Winnicott). In un’occasione mi è capitato di visitare un paziente che lamentava eritema al glande, ma siccome a suo dire il problema si manifestava solo durante l’erezione, cominciò a masturbarsi di fronte a me; in questo caso non erano presenti lesioni sulla pelle e sulla mucosa reale, ma si trattava di una forma di perversione in cui, sadicamente, mi obbligava ad assistere all’esibizione della sua potenza (il sadico, infatti, impone le sue idee contro la volontà altrui). In qualche occasione mi è anche capitato di seguire pazienti che in seguito a malattie a trasmissione sessuale come la gonorrea e la sifilide, hanno sviluppato delle vere e proprie ossessioni che li portavano a richiedere continui consulti nel timore di aver contratto nuovamente malattie o di non esserne guariti (in particolare dopo la sifilide). Molto spesso si tratta semplicemente di un modo per esprimere l’ansia, perché è molto più semplice farlo sul corpo, di cui ogni persona si costruisce un’idea nel tempo di come dovrebbe essere fatto e di come dovrebbe funzionare, piuttosto che provare a esprimerlo a parole; in questi casi, anche una semplice rassicurazione fornita da un professionista di cui il paziente si fida può risolvere il problema, ma è un evento raro.





