Parliamo di Hugh Welch Diamond, lo psichiatra che introdusse l’utilizzo delle immagini nello studio delle patologie mentali
della Dott.ssa Gabriella La Rovere
In una foto del 1855 è ritratta una donna anziana, seduta di fronte alla macchina fotografica, lo sguardo è diretto all’obiettivo. Indossa un vestito a quadretti, con una sciarpa legata al collo e un cappello di paglia. Ha una coperta sulle spalle e tra le mani tiene un uccello morto. Quello appena descritto è uno dei primi ritratti fotografici di una persona con malattia mentale. L’autore del celebre scatto è lo psichiatra Hugh Welch Diamond, che fu il primo ad applicare la tecnologia della fotografia allo studio delle malattie mentali. Nato nel 1808 o nel 1809 in Inghilterra, ed esattamente a Goudhurst, nel Kent, era figlio di William Batchelor, chirurgo della Compagnia Britannica delle Indie Orientali. Studiò medicina e divenne un membro del Royal College of Surgeons nel 1834. Durante questa prima parte della sua carriera professionale, la fotografia non era ancora una forma praticabile di espressione artistica, tanto meno di analisi scientifica.
Quando però, nel 1840, la tecnica fotografica divenne più accessibile, Diamond, il cui interesse scientifico si era già spostato dalla chirurgia alla psichiatria, iniziò a praticare e scrivere di questa nuova tecnologia, diventando noto come “il padre della fotografia clinica psichiatrica”. Diamond fu un precursore, anticipando il lavoro del naturalista Charles Darwin, che più di un decennio dopo utilizzò le fotografie dello psichiatra e neurologo James Crichton-Browne per analizzare in modo analogo le espressioni facciali nella sua opera “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” (1872). Sebbene alla fine Darwin concludesse che le emozioni dei pazienti del manicomio assomigliano molto a quelle delle persone non diagnosticate come malate di mente, egli, così come lo stesso Diamond, credeva che la fotografia offrisse una opportunità unica per registrare i fenomeni naturali. “Sono copie fedeli – scriveva, infatti, il grande naturalista – e sono di gran lunga più utili ai miei scopi rispetto a qualsiasi disegno, per quanto accuratamente eseguito”. Il lavoro di Diamond anticipò anche quello di Henry Hering, che invece fotografava i pazienti del Betlehem Hospital, e quello di Jean-Martin Charcot, che invece si era concentrato nella rappresentazione su pellicola delle pazienti isteriche dell’Ospedale della Salpêtrière. Dal 1848 al 1858, Diamond fu sovrintendente della divisione femminile presso il Surrey County Asylum. Qui scattò diverse fotografie delle sue pazienti, presumibilmente per facilitarne la diagnosi e il trattamento. Le sue 40 fotografie al collodio furono esposte sia in convegni medici che per il grande pubblico e influenzarono le idee su come appare la malattia mentale.
Diamond si descrisse come un fotografo che “cattura in un attimo la nube permanente, o la tempesta passeggera o il sole splendente dell’anima, e consente così al metafisico di osservare e tracciare la connessione tra il visibile e l’invisibile”. Il suo progetto fotografico aiutò il movimento di riforma del manicomio che si batteva per l’umanizzazione delle cure e l’abolizione della contenzione. Le sue immagini, infatti, chiariscono perché queste persone, incolpevolmente solo malate, meritassero di vivere in condizioni più umane. Il celebre psichiatra credeva fermamente più attenzione verso i pazienti (vestiti, ambiente, igiene), avrebbe migliorata la loro malattia mentale. Nel 1858 lasciò l’incarico al Surrey County Lunatic Asylum e aprì una struttura privata nel Middlesex che diresse fino alla sua morte. Le sue fotografie sono oggi esposte al National Gallery of Art a Washington, al Musée d’Orsay a Parigi, al Getty Museum e al Metropolitan Museum of Art di New York.





