Si tratta di una patologia infiammatoria piuttosto diffusa specie tra le donne da cui però è possibile guarire grazie a costanza e all’aiuto di un professionista

Angela Pelosi, Fisioterapista Centro Captherapy di Telese Terme (BN)
Spesso su queste pagine abbiamo parlato di termini di uso comune nella quotidianità, a volte curiosi altri divertenti, con cui s’indicano malattie o sintomi clinici, tentando di capire se simili espressioni sottointedessero anche delle verità scientifiche. Lo abbiamo fatto con alcuni attributi comunemente associati alla pelle come “sensibile” o “grassa”, ma anche con modi di dire come “sentire a fior di pelle” o “cuore spezzato”. Questa volta la nostra attenzione è caduta su una sintomatologia dolorosa e limitante molto diffusa: la “spalla congelata”. Iniziamo subito con il dire che il freddo e il ghiaccio c’entrano poco. Con il termine “spalla congelata” o “Frozen Shoulder”, si indica, infatti, un’infiammazione della capsula articolare, cioè del tessuto connettivo situato attorno all’articolazione della spalla. Il dolore costante, insidioso che tende a peggiorare nelle ore notturne, può rendere impossibili anche i gesti più semplici, e col tempo si cronicizza. Da qui l’analogia con il congelamento visto che la sensazione provata dal paziente è quella di blocco e rigidità, esattamente come se la zona fosse appunto congelata. Anche se piuttosto diffusa, spesso la diagnosi risulta complessa, specie per la non specificità dei sintomi, comportando l’inizio tardivo di una terapia adeguata con il conseguente allungamento dei tempi di guarigione. Nella fase dolorosa, il trattamento è principalmente conservativo; si tende infatti a unire la terapia medica con farmaci analgesici e antinfiammatori alla fisioterapia. Una mano esperta e un percorso di riabilitazione mirato possono fare la differenza nel recupero completo della funzionalità dell’articolazione. Obiettivo dello specialista è concentrarsi sulla riduzione del dolore, evitare che la spalla si irrigidisca e ripristinare gradualmente la mobilità e migliorare la sua funzione. Come spiega la dottoressa Angela Pelosi, fisioterapista del centro Captherapy di Telese Terme (Benevento): “La spalla congelata o capsulite adesiva, è una patologia infiammatoria cronica della spalla, caratterizzata da ispessimento, retrazione fibrotica e perdita di elasticità della capsula gleno-omerale, con conseguente marcata riduzione della mobilità articolare sia attiva che passiva. Il processo fisiopatologico ha origine da una sinovite infiammatoria persistente, che evolve progressivamente in fibrosi capsulare e formazione di aderenze intra-articolari, responsabili del blocco meccanico dell’articolazione. Si distinguono due forme di spalla congelata: primarie (idiopatiche), prive di una causa riconoscibile; e secondarie, associate a traumi, interventi chirurgici, immobilizzazioni prolungate, patologie cervicali o condizioni sistemiche.
Qual è il decorso della patologia?
La capsulite adesiva segue un decorso tipicamente progressivo, suddivisibile in tre fasi cliniche. La prima è la “fase dolorosa” (freezing phase, lett. “fase di congelamento”), dominata da dolore intenso, spesso notturno, con iniziale limitazione del movimento. È la fase a maggiore componente infiammatoria. Segue la “fase di rigidità” (frozen phase, “fase congelata”) in cui il dolore tende a ridursi, mentre la limitazione articolare diventa più marcata soprattutto in elevazione ed extrarotazione. Infine vi è la “fase di recupero” (thawing phase, “fase di disgelo”) durante la quale si assiste a un progressivo miglioramento della mobilità e della funzione articolare. In assenza di trattamento adeguato, il decorso può protarsi da 12 a 24 mesi, talvolta anche oltre, con rischio di recupero incompleto.
Quali sono i principali fattori di rischio?
Sono diversi: l’età (compresa tra i 40 e i 60 anni), il sesso (è più diffusa in quello femminile); la presenza di diabete mellito; disfunzioni tiroidee; patologie autoimmuni; riduzione prolungata della mobilità della spalla.
Come mai il sesso femminile risulta il più colpito?
Sappiamo che la capsulite adesiva presenta una maggiore incidenza nel sesso femminile in particolare nella fascia di età peri- e post-menopausale. Le ipotesi più accreditate chiamano quindi in causa i fattori ormonali, che influenzano il metabolismo del collagene; la maggiore prevalenza di patologie tiroidee e autoimmuni nelle donne, e la risposta infiammatoria sistemica più accentuata.
Esiste una forma di prevenzione e quanto dura il percorso fisioterapico?
Non esiste purtroppo una prevenzione assoluta ma la diagnosi precoce e l’intervento riabilitativo tempestivo, rappresentano il principale strumento per limitare la progressione della rigidità e ridurre i tempi di recupero. Il trattamento fisioterapico è centrale e deve essere personalizzato in base alla fase clinica. La mia esperienza mi ha portato a sviluppare un approccio di tipo integrato che combina riabilitazione manuale, esercizio mirato e terapie strumentali avanzate. La durata media del percorso è di 3-6 mesi, con variabilità legata alla severità del quadro clinico e alla risposta individuale del paziente. La riabilitazione fisica: comprende una terapia manuale capsulare specifica, mobilizzazioni articolari progressive, esercizi fisici, rieducazione del ritmo scapolo-omerale, rinforzo muscolare graduale della cuffia dei rotatori e della muscolatura scapolare. Le terapie strumentali, invece, comprendono: la radiofrequenza terapeutica, per modulare il dolore e favorire la rigenerazione tissutale; applicazioni Laser ad alta frequenza, per la riduzione dell’infiammazione e la stimolazione dei processi biologici di guarigione; Elettromagnetismo ed ENF, per il supporto ai processi riparativi e il controllo del dolore. Semplificando, lo schema terapeutico è articolato in tre fasi: iniziale, in cui l’obiettivo è il controllo del dolore e dell’infiammazione attraverso una terapia manuale dolce e terapie strumentali; una fase intermedia volta all’incremento progressivo della mobilità articolare ottenibile attraverso esercizi attivi assistiti e lavoro sul controllo scapolare; infine una fase avanzata per ottenere un recupero funzionale completo della spalla attraverso il rinforzo muscolare e il ritorno delle attività quotidiana. Il percorso ambulatoriale dovrebbe poi essere sempre affiancato da un programma domiciliare guidato che comprenda: esercizi quotidiani di mobilità dolce (pendolari, extra-rotazione ed elevazione assistita); attenzione alla postura e al controllo scapolare; evitare immobilizzazioni prolungate; rispetto della soglia del dolore, evitando manovre forzate.

Ringraziamo la Dr.ssa Angela Pelosi per la disponibilità dimostrata e l’aiuto fornitoci per risolvere l’ennesimo quesito medico-idiomatico di notevole importanza clinica.
Intervista a cura di Sabrina Ciani





