La resistenza antibiotica nel trattamento dell’acne

Un italiano su due non ha mai sentito parlare di antibiotico resistenza e il 46% di essi utilizzerebbe gli antibiotici anche per infezioni virali

Nel 2019 l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha dichiarato che la resistenza antimicrobica è una delle 10 principali minacce per la salute pubblica a livello mondiale cui deve far fronte l’umanità. Secondo le stime in 87 paesi sarà la prima causa di morte nel 2050 con più di un milione di decessi ogni anno. La Commissione Europea e gli Stati membri hanno individuato nella resistenza antimicrobica una delle tre principali minacce sanitarie. Questi segnali di , però, non sembrano aver ottenuto grandi reazioni da parte delle Autorità Sanitarie, tant’è che i dati più recenti mostrano ancora un aumento del numero di infezioni e decessi attribuibili a quasi tutte le combinazioni di resistenza batterio-antibiotica, in particolare nei contesti sanitari (70%), dove l’utilizzo inappropriato degli antibiotici ha esercitato una pressione selettiva sui batteri, favorendo i ceppi più resistenti, su cui nessun antibiotico sembra funzionare. Il consumo elevato di antibiotici non è l’unica causa dell’antibiotico-resistenza, perchè i batteri possono costruire comunità multicellulari protette dentro il biofilm in modo da diventare da 100 a 1000 volte più resistenti agli antibiotici e agli attacchi del nostro sistema immunitario. Le infezioni ricorrenti e quelle croniche possono essere difficili da risolvere perché le sostanze polimeriche (che costituiscono il biofilm limitano la penetrazione degli antibiotici). Attualmente, in tutta Europa si registrano oltre 30.000 morti l’anno causati da resistenza agli antibiotici e l’Italia è il paese europeo dove è più facile ammalarsi di un’infezione resistente agli antibiotici con il triste primato di 11.000 decessi l’anno. Eppure, secondo una ricerca condotta a Novembre 2023 dalla società di elaborazione dati sanitari, 1 italiano su 2 non ha mai sentito parlare di antibiotico resistenza e il 46% di essi utilizzerebbe gli antibiotici anche per infezioni virali. Inoltre, il 74% dei rispondenti afferma di aver utilizzato antibiotici negli ultimi dodici mesi, e di questi ben il 56% lo ha fatto per infezioni del tratto respiratorio superiore, come mal di gola/faringite, laringite e tonsillite. Protagonisti indiscussi sono i cocchi Gram positivi come gli Stafilococchi coagulasi negativa, Staphylococcus aureus e gli Enterococchi, ma anche i germi Gram negativi come Pseudomonas aeruginosa, Enterobatteri, Klebsiella pneumoniae e diverse specie di Candida. La resistenza è legata in primis al cattivo uso di antibiotici topici e sistemici e svilupparla è, per i batteri, una reazione naturale di sopravvivenza e di adattamento ad una situazione ambientale mutata per la presenza del farmaco. I più noti ceppi di batteri resistenti sono: lo Staphylococcus aureus resistente alla Meticillina (MRSA), alla Vancomicina (VRSA), i beta-lactamase ad ampio spettro (ESBL), l’Enterococcus resistente alla Vancomicina (VRE) e A. baumannii resistenti a molti farmaci (MRAB). Epidemie di infezioni antibiotico-resistenti sono state causate dall’uso indiscriminato di gentamicina topica. In ambito dermatologico, è ben risaputo che nel determinismo dell’acne intervengono numerosi fattori, tra i quali un batterio Gram positivo, anaerobio facoltativo, il Propionibacterium Acnes (P.acnes) che vive nei follicoli pilosebacei e sulla cute di tutti gli esseri umani, abitualmente come commensale. è altrettanto noto che, pur avendo tra i vari fattori eziopatogenetici anche questo batterio, l’acne non può essere considerata una malattia infettiva bensì una dermatite infiammatoria che si sviluppa a livello dei follicoli pilo-sebacei e che porta allo sviluppo delle classiche lesioni (comedoni, papule, pustole, noduli e cicatrici diffuse al volto, torace, dorso e spalle di individui di tutte le età). Tra le varie opzioni terapeutiche nell’acne, quindi, compaiono anche gli antibiotici, topici come la clindamicina, che è considerata ad oggi il trattamento più utilizzato e l’eritromicina, che ha visto ridursi progressivamente, nel corso degli anni, la sua efficacia; o sistemici come le tetracicline (doxiciclina, limeciclina, metaciclina e minociclina) e i macrolidi, che in tutti i casi hanno come obiettivo prioritario la riduzione della carica di P.acnes. Vale la pena insistere sul fatto, però, che la prescrizione di più cicli dello stesso antibiotico, seppur efficace contro questo patogeno, può dar luogo all’insorgere di una sua resistenza, e quindi a una ridotta risposta terapeutica del batterio nei confronti del quale si è instaurata la terapia, e/o all’induzione di resistenza in batteri diversi dal P. acnes, (es. Stafilococchi e Streptococchi), sia per un loro contatto diretto con l’antibiotico sia per acquisizione di materiale genetico proveniente dal P. acnes, ed eventuali infezioni indotte da questi ultimi. Per questi motivi, le linee guida internazionali suggeriscono una durata massima del trattamento antibiotico di tre mesi e la sospensione anticipata a 6-8 settimane nel caso in cui non si ottengano i risultati attesi. Un aiuto alla decisione sugli antibiotici da prescrivere in caso di acne e sulle dosi da suggerire può venire dalla corretta anamnesi dei pazienti, specie se allergici, o dalla storia di effetti secondari indotti. Lo stesso dicasi per i farmacisti che spesso consegnano gli antibiotici topici sulla base di vecchie prescrizioni. Altra strategia in grado di aumentare l’efficacia del trattamento e ridurre le resistenze consiste nel cambiamento programmato e nella rotazione del regime antibiotico, secondo un programma prestabilito, in modo da ridurre la pressione selettiva ed evitare quindi lo sviluppo di resistenze batteriche. Anche la combinazione di antibiotici, come metodo per ridurre lo sviluppo di resistenze batteriche, non deve includere solo molecole della stessa classe che potrebbero prevedere gli stessi meccanismi di resistenza. Con l’aumento della resistenza appare quindi evidente la necessità di molecole attive alternative. Il benzoilperossido (BPO) è un agente cheratolitico topico che inibisce la crescita batterica attraverso un’azione ossidante e una riduzione della formazione di acidi grassi liberi. Si tratta quindi di un antibatterico non antibiotico, pertanto non sviluppa resistenza batterica. Può essere associato ad adapalene e clindamicina ma anche in queste combinazioni si consiglia un uso limitato nel tempo per non indurre resistenza batterica. Il miglioramento dell’acne vulgaris avviene attraverso la riduzione degli acidi grassi liberi e l’azione antibatterica sul Cutibacterium acnes.