La paleopatografia racconta la storia dell’acne

L’acne ha afflitto faraoni e imperatori e veniva curata con incantesimi e mercurio: per secoli l’uomo ha dichiarato guerra ai brufoli

La paleopatografia è la disciplina che si occupa dello studio delle malattie dell’antichità. Le sue origini risalgono alle prime analisi delle mummie egiziane e dei molti papiri ritrovati all’interno delle tombe meglio conservate. Grazie a queste ricerche, oggi sappiamo molto di più delle patologie che affligevano i nostri antenati. Di quelle che si sono via via estinte, di quelle che invece sono arrivate sino a noi. è recente la notizia che alcuni degli esami eseguiti sui resti ossei conservati al Museo Egizio di Torino potrebbero appartenere alla regina Nefertari, consorte del faraone Ramses II, che quasi sicuramente soffriva di osteoartrosi e osteopenia. Siamo nel campo della paleosintomatologia, una subdisciplina che in particolare rintraccia i segni clinici e sintomi di una malattia come vengono descritti all’interno di documenti originali e fonti letterarie. Combinando fonti archivistiche a riscontri biologici sui resti umani, spesso si riesce a fare luce sull’evoluzione delle malattie e a capire in che modo e se, nel corso dei secoli, sono cambiate, anche al fine di suggerire nuovi approcci alla ricerca clinica. Tra le affezioni dermatologiche, oggetto di studio, un posto di primo piano lo ha l’acne. La prima testimonianza scritta dell’acne risale addirittura al 1550 a.C., e si trova nel cosiddetto Papiro di Ebers (dal nome del collezionista che lo acquistò nel 1873). Qui compare il termine Akut, utilizzato per indicare affezioni cutanee quali foruncoli, vesciche, piaghe, pustole o qualsiasi gonfiore infiammatorio. Problematiche che, come oggi, dovevano rendere complicata la vita dei tanti che ne erano affetti, se è vero che in altri scritti dello stesso periodo si fa anche menzione dei tanti rimedi empirici a cui si faceva ricorso per guarirli. In alcuni papiri è possibile addirittura trovare la formula di alcuni di questi preparati che per lo più erano a base di derivati animali o vegetali, e miele. Creme primordiali da applicare direttamente sui foruncoli, ritrovate persino nella tomba di Tutankhamon e che attestano, in maniera inconfutabile, che a soffrire della patologia fosse anche il faraone. Curioso, però, è scoprire che per gli Egizi la causa dell’acne fosse da rintracciare nell’aver detto menzogne. Nell’antica Grecia, sia Ippocrate che Aristotele descrissero la malattia denominandola tovoot, termine la cui traduzione letteraria vuol dire “la prima crescita della barba”. Evidentemente entrambi la ritenevano strettamente connessa al periodo della pubertà. Aezio di Amida, medico greco bizantino, fu il primo a utilizzare il termine acne, forse derivato dalla parola greca acme che significa “punto culminante”. Aulo Cornelio Celso (25 a.C.-50 d.C.), scrive che nelle terme e nei bagni a Roma, per disostruire i pori della pelle si ricorreva a una miscela di zolfo e acqua calda. Nel primo decennio dopo Cristo, il medico romano Paolo Aegineta, curava le lesioni più morbide con un preparato a base di miele, e quelle più dure con uno a base di sapone, mentre negli scritti di Cassio si trova conferma del rapporto tra acne e pubertà, mentre quattro secoli dopo, un medico della corte dell’imperatore Teodosio consigliava ai suoi pazienti, un portentoso trattamento: pulire i brufoli con un panno mentre si guardano le stelle cadenti. Dall’altra parte del mondo, il medico arabo Albucasis (il cui vero nome era El Zahrawi), vissuto tra 936 e il 1013, conosciuto come uno dei padri della chirurgia moderna, dava straordinariamente origine all’approccio chirurgico dell’acne e dei suoi esiti cicatriziali. Nel medioevo, in Europa, negli ambienti più ricchi, si preferiva coprirla con polveri a base di piombo o mercurio, causando però varie complicazioni. Nella tradizione contadina, invece, si ricorreva a impacchi vegetali o, per i suoi effetti cicatrizzanti, alla bava di lumaca, da applicare direttamente sulle lesioni o i foruncoli. In alcuni testi inglesi dello stesso periodo, si suggeriva al malato di alzarsi prima dell’alba e fare una passeggiata (a digiuno) per raccogliere alcune erbe quando ancora erano coperte dalla rugiada. Una volta trovate, bisognava lavarle in acqua dolce, tritarle creando una pasta che veniva applicata sulla pelle. Nel XVII secolo la dermatite seborroica e l’acne venivano descritte come Ardentes pustulae e rubor faciei, perché si era già capito che il quadro clinico infiammatorio era conseguente alla seborrea. Alla fine del XVIII secolo il dermatologo austriaco Joseph Plenck per la prima volta usa la definizione di cute unctuosa, e qualche decennio dopo compare una nosografia dei diversi quadri clinici dell’acne simplex, punctata, tuberculata e indurata. Il famoso medico francese Antoine-Pierre-Ernest Bazin, nel 1862, nel suo “De l’acné varioliforme”, scrive che la patologia si caratterizza per la presenza di lesione provocata dalle ghiandole sebacee”; intuizione ribadita dal dermatologo britannico Erasmus Wilson, che nel 1867 descrive l’eccesso di secrezione sebacea, ma anche della ritenzione della secrezione, con formazione di comedoni, e con infiammazione. Tra gli studiosi italiani, vanno sicuramente ricordati Gamberini che nel 1871 descrive quadri di acne semplice, indurata, sebacea, pilare; e Profeta che 10 anni dopo parla di forme composite di acne semplice, volgare (pustolosa, punteggiata, indurata, pilare). La storia della medicina, e in particolare dell’acne e delle sue cause, mostra come il salto qualitativo della ricerca scientifica si ha con l’identificazione di una delle sue concause nella eccessiva produzione di sebo, mentre, successivamente nel tempo sono stati evidenziati altri fattori predisponenti, quali le fluttuazioni ormonali, che contribuiscono a stimolare la produzione di sebo e a causare l’infiammazione dei follicoli piliferi. Certamente, inoltre, i medici del passato, non conoscendo ancora l’esistenza dei batteri, non avevano gli strumenti per andare oltre la semplice ipotesi dell’esistenza di un rapporto tra l’igiene e l’untuosità cutanea e la comparsa della patologia. Senza parlare del riconosciuto ruolo che oggi viene assegnato alla predisposizione genetica, che però è ancora oggetto di studio e approfondimento. Ciò che va riconosciuto agli antichi cerusici è che avevano capito che non sempre il connubio sole e pelle può essere proficuo per la gestione dell’acne. Nel passato infatti al paziente acneico era consigliato di non prendere troppo sole, di coprire la pelle e, anticipando la cronobiologia, di effettuare i trattamenti negli orari notturni. Per un lungo tratto del ‘900, però, è prevalso il concetto che prendere il sole fa bene alla pelle e con esso la certezza che le lesioni acneiche avrebbero avuto un miglioramento, specie in ambiente marino. Ora che la scienza ha dimostrato che questa è solo una mezza verità – che non tiene conto che i benefici dei raggi UV si esplicano solo con una attenta esposizione – va quindi suggerito anche a chi soffre di acne di proteggere la propria pelle e di sottoporla all’irraggiamento diretto limitatamente nella giornata.