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La conflittualità incostituzionale tra partiti e soggetti politici

del dott. Saverio Corasaniti Presidente TAR in pensione

L’antidoto del consenso/concerto nella politica per soddisfare gli interessi della collettività e difendere il bene comune

Nel nostro ordinamento costituzionale, come in tutti i sistemi democratici, i cittadini per scegliere i propri rappresentanti in Parlamento ricorrono all’intermediazione dei partiti che si pongono come “corpi intermedi” fra società civile e istituzioni. Sono quindi strumenti tramite i quali i cittadini dovrebbero concorrere alla determinazione dell’indirizzo politico delle comunità statuali. Dopo la seconda guerra mondiale, durante il periodo costituente, la vita politica italiana è stata affidata soprattutto ai primi tre partiti dominanti (Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista) per cui è toccata ai loro rappresentanti la delicata funzione di guidare il trapasso, dalla monarchia e dal fascismo nel nuovo sistema democratico. Gli stessi costituenti, riuscirono, pur con delle divergenze, a mantenere un carattere unitario e responsabile nel processo deliberativo della nostra Carta, in quanto nutriti della cultura istituzionale e dei principi liberali delle preesistenti Costituzioni europee. Il punto di equilibrio e di pacificazione nella fase costituente si evince soprattutto dall’esame degli articoli 18 e 49 che hanno attribuito rilevanza costituzionale, proprio ai partiti politici. L’articolo 49, in particolare, testualmente riconosce a tutti i cittadini il diritto di associarsi liberamente per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. La norma, dopo aver sancito le condizioni dell’attività, pone l’accento sul pluralismo soggettivo che è alla base del sistema dei partiti, chiarendo che il “metodo democratico”, è il canone operativo che contiene in sé il divieto di ogni comportamento violento praticato o istigato dai partiti e/o dai soggetti politici di loro diretta espressione. Rifiutando quindi l’arbitrario non rispetto delle regole del gioco anche da parte dei propri parlamentari. In altri termini si richiedeva e si imporrebbe ancora una leale competizione tra i vari gruppi politici, i quali, dovrebbero portare avanti in forma democratica i loro diversi punti di vista ideologici al fine di coadiuvare (concorrere) tutti alla determinazione della politica nazionale, anche se con diversa forza e capacità di influenza sugli organi decisionali. Nonostante visioni politiche culturalmente e ideologicamente differenziate, la volontà comune dei Costituenti è rimasta salda perchè cementata da un saggio compromesso che rifletteva un concordato punto di equilibrio. Probabilmente fu questo il momento più alto della politica italiana, come non se ne sono più visti, tranne che nel periodo della lotta contro le Brigate Rosse durante il quale si è verificato il miracolo della convergenza fra le contrapposte correnti. Ciò premesso, nei primi decenni successivi all’entrata in vigore della Carta costituzionale italiana (il 1° gennaio del 1948) i contrasti non sono mai mancati ma sono stati gestiti secondo il ricordato metodo democratico di cui all’art. 49. Negli ultimi anni del ‘900, e ancora di più ai giorni nostri, però, le contrapposizioni a livello dei partiti presenti in parlamento sono sconfinate in conflitti contrassegnati da forme di aggressività fatta di parole, frasi e gestualità sconce, senza che gli stessi “Onorevoli” autori provino mai a scusarsi per il disagio e l’imbarazzo provocati nei confronti di milioni di telespettatori che seguono i lavori delle aule parlamentari. La sensazione e che gli stessi protagonisti delle continue risse pensino di trovarsi non nella sede massima della democrazia ma in un’arena di combattimento, regno d’inciviltà, guidati soprattutto dall’aspirazione al mantenimento del proprio status di deputati o senatori. Ma questo non avviene solo nei palazzi romani perché, il cattivo esempio trova emuli in non pochi consigli regionali e comunali, dove su qualsiasi argomento, che si parli di sanità o di commercio, sembra essere venuto meno quel rispetto reciproco imposto dalla Costituzione, che riteneva fondamentale che non si oltrepassare i giusti limiti connessi alla dignità e decenza istituzionale dei ruoli ricoperti. Da più parti si sostiene che esiste un problema di classe politica inadeguata ai ruoli ricoperti e ai compiti da svolgere, e quindi incapacità a risolvere i gravi problemi che assillano il popolo italiano, fra i primi la crisi del Sistema Sanitario Nazionale. Verosimilmente – si dice – mancano oggi quelle scuole politiche dei partiti che insegnavano a negoziare, legiferare e governare per il bene comune. In molti hanno dimenticato che la politica è l’arte dei fini e che la sua ragion d’essere è quella del perseguimento degli obiettivi pubblici connessi agli interessi di tutti i cittadini. L’attuale modo di fare politica si pone invece spesso in evidente antitesi con la citata disposizione costituzionale; con i principi dell’ordinamento comunitario cristallizzati nell’articolo 191 del trattato CE emendato nel trattato di Nizza del 2000; con i canoni e le regole riguardanti la vita sociale e convivenza civile. Lo scioglimento dei partiti della Democrazia Cristiana e Socialista investiti dalle inchieste di “mani pulite”, fra loro concorrenti ma obbligati a collaborare, ha lasciato spazio a una sorta di contrasti incivili tra le nuove associazioni politiche, quelle sopravvissute, e tra i soggetti di loro appartenenza, che sono aumentati e divenuti talmente burrascosi da distogliere lo sguardo da ciò che dovrebbe essere al centro del loro operare e cioè gli interessi pubblici. L’aspra conflittualità, riportata quotidianamente dagli organi di stampa, coinvolge anche gli organi politici di vertice italiani ed europei, creando un clima di tensione e di ostilità che è di intralcio al raggiungimento degli obiettivi più rilevanti per i cittadini. Conseguentemente questi ultimi hanno perso fiducia nei confronti dei nuovi e vecchi partiti e persino degli organi medesimi nei quali sono presenti i leaders degli stessi gruppi politici più rappresentativi. Tale clima è peraltro reso ancora più indecoroso dal comportamento oltremodo screanzato dei partiti stessi e dei non pochi parlamentari di loro appartenenza, il cui passaggio da un raggruppamento all’altro li rende ancor meno credibili. Crescono le offese dirette verso i politici avversari aumentano le volte che la denigrazione avvenga tramite media compiacenti, su informazioni intime e personali anche sui loro familiari. Ne risulta che il rispetto e l’impatto che l’attuale classe politica, a tutti i livelli, produce sulle opinioni pubbliche sono diventati sempre più bassi. In presenza dunque dell’odierna cultura (rectius sub cultura) arrogante e autodevastante dei partiti – che vengono ritenuti i responsabili ultimi delle tensioni continue in atto tra le istituzioni e poteri dello Stato – cresce la perdita di fiducia che è alla base della minore partecipazione alla politica attiva e dell’astensionismo elettorale. Come uscire da questa situazione? Come può la politica recuperare fiducia e credibilità? La risposta che mi sento di dare: tramite la rivalorizzazione del metodo democratico e il rilancio della leale competitività. Un antidoto che, a mio avviso, può trovare un fondamento costituzionale nel metodo del consenso/concerto tra i partiti, ma che presuppone il confrontarsi in modo schietto, esprimendo soprattutto le proprie idee e propositi con intelligente maturità politica. Basterebbe che questa concertazione si evidenziasse nelle decisioni comuni su quelle politiche pubbliche e nei procedimenti legislativi finalizzati all’ottimale raggiungimento degli interessi pubblici primari, come il welfare, la salute, la sicurezza e riduzione delle disuguaglianze. Un consenso unitario, un’alleanza strategica, la condivisione di strategie tra partiti politici si sono già realizzate nel passato della nostra storia repubblicana e sarebbero tanto più indispensabili per trovare soluzioni capaci di arginare quelli che possono ritenersi i “cancri” della società italiana. Intendo riferirmi al fenomeno mafioso nelle sue plurime espressioni, alla corruzione, all’evasione fiscale, che sono fra i maggiori responsabili del debito pubblico più elevato nell’Eurozona, delle risalenti disuguaglianze territoriali e della disoccupazione di giovani laureati, specie del Sud. Probabilmente il mio è un semplice e vano auspicio, che si scontra con la ricordata conflittualità permanente dei nostri politici che, come diceva Alcide De Gasperi, se fossero statisti non penserebbero alle prossime elezioni ma alle future generazioni. Dire che manca la volontà politica ad affrontare i problemi, o che non sanno vederli nella loro evidente gravità, oppure che tendono ipocritamente a sminuirne la portata. Purtroppo invece prevalgono solo esigenze elettoralistiche, si punta a ottenere qualche decimale in più che permetta di proclamarsi vincitori, e i “supremi” interessi dei cittadini rappresentati passano in second’ordine. Cittadini che, in base alla Costituzione, avrebbero il diritto di controllare i loro comportamenti, ma astenendosi rinunciano a farlo.