Presentata in parlamento una raccolta firme con cui si chiede alle istituzioni di riconoscere ufficialmente la DA come una malattia cronica invalidante
Le rilevazioni statistiche più recenti ci dicono che in tutto il mondo sono cira 230 milioni le persone affette da Dermatite Atopica, di cui circa 3 milioni nella sola Italia. Tra questi ultimi, quasi un terzo, soffrono di forme a esordio tardivo (Late-onset adult atopic dermatitis) ossia che iniziano a evidenziarsi da adulti. Di fatto, nonostante questi numeri impressionanti, ancora oggi la diagnosi di Dermatite Atopica è raramente molto precoce e chi ne è affetto può vivere anni, tra una visita specialistica e l’altra, prima che gli venga prescritta una cura mirata. Con tutti i disagi, clinici ma anche in termini sociali, che può procucare la convivenza con una malattia infiammatoria cronica che ha tra i principali sintomi lesioni xerotiche dal prurito intenso e persistente, eczema localizzato negli adulti nelle zone flessorie (pieghe dei gomiti, ginocchia), ma anche su viso, collo e mani, che incidono sulla qualità del sonno e la concentrazione scolastica e lavorativa. Eppure, esaminando la letteratura medica a disposizione, si può convenire che non siano mancati i tentativi di fornire al medico di famiglia e ai pediatri un quadro sintomatologico chiaro che li aiutasse nell’identificazione precoce della patologia. Nel secolo scorso il gold standard per la diagnosi erano i cosiddetti “Criteri di Hanifin e Rajka”, postulati nel 1980 e aggiornati successivamente da Williams nel 1994. Secondo questa classificazione, era possibile identificare un paziente affetto da DA se erano rispettati 3 di 4 criteri maggiori tra cui: prurito, morfologia, distribuzione tipica delle lesioni, anamnesi personale o familiare di atopia e tre criteri tra 22 sintomi minori (come xerosi, IgE sieriche elevate o pieghe di Dennie-Morgan). Oggi questo tipo di classificazione viene considerata superata e non adeguata alla realtà clinica della DA e i criteri “maggiori” sono stati sostituiti da: prurito, morfologia e distribuzione tipica delle lesioni compatibilmente con l’età (fino a 2 anni coinvolgimento facciale ed estensorio degli arti – dopo i 2 anni pieghe degli arti superiori e inferiori, lichenificazione); iperreattività della cute e delle mucose; xerosi cutanea; anamnesi personale o familiare positiva per malattie atopiche (asma, DA, rino-congiuntivite allergica).
La complessità dei quadri clinici risulta sicuramente ancor più evidente nella distinzione tra Dermatite atopica estrinseca ed intrinseca: la prima caratterizzata da elevati livelli di IgE totali sieriche, che si associano a un aumento delle IgE specifiche nei confronti di alimenti e/o aeroallergeni, nonché a un’anamnesi personale e familiare positiva per atopia. La seconda, invece, presenta IgE totali sieriche normali con assenza sia di IgE allergene-specifiche che dell’associazione con altre patologie tipiche della marcia atopica. Com’è ben noto agli specialisti, però nei pazienti con DA estrinseca, di solito l’esordio della malattia è precoce e l’attivazione immunitaria ha una risposta Th2 dominante correlata al deficit di barriera. Al contrario, la forma intrinseca fa la sua comparsa più di frequente in età adulta e vi è una maggiore attivazione immunitaria dei linfociti Th17 e Th22. Ma anche in questo caso, non è difficile che nonostante quanto postulato, l’esame obiettivo risulti più complesso di quanto sembrerebbe logico aspettarsi. Basti pensare che specie nei soggetti più avanti con l’età, molti dei sintomi descritti finiscono con il sovrapporsi a quelli della fisiologica xerosi cutanea che caratterizza l’invecchiamento, rendendo più incerta una puntuale identificazione della malattia. Né, del resto, la mancanza di biomarcattori specifici, semplifica una condizione clinica che talvolta, già di per sé, appare confusa e a tratti contraddittoria. Ciò che invece appare certo, e di difficile smentita, è che a pagare le conseguenze di questo complesso quadro in divenire è sempre, purtroppo, il paziente, su cui gravano, tra l’altro, i costi dei vari consulti medici e di approcci terapeutici integrati che comprendono formulazioni per l’idratazione quotidiana con emollienti, farmaci topici per ridurre l’infiammazione o sistemici in caso di forme gravi e resistenti ai trattamenti locali, ma anche in alcuni casi trattamenti di fototerapia, assunzione di antistaminici per il prurito ecc… Proprio di questo si è parlato il 22 ottobre scorso presso la Camera dei Deputati, durante l’evento “Dermatite atopica: i pazienti chiedono riconoscimento e tutele”, organizzato dall’Associazione Nazionale Dermatite Atopica Odv (ANDeA), con la partecipazione dei rappresentanti delle principali Società Scientifiche (ADOI, SIDAPA e SIDeMaST) ed esperti di politica sanitaria. L’incontro ha inteso portare all’attenzione del Governo la necessità di un cambio di direzione nell’ambito dell’assistenza ai pazienti. Secondo il Presidente ANDeA, Mario Coccioli: “In Italia, le persone che convivono con la dermatite atopica non hanno un reale riconoscimento della loro condizione e sono senza tutele sul piano sanitario, sociale ed economico”. L’associazione si è fatta promotrice di una call to action, una raccolta firme nazionale con la quale si chiede alle Istituzioni il riconoscimento della Dermatite Atopica come malattia cronica invalidante: un passaggio essenziale per il suo inserimento nel Piano Nazionale delle Cronicità (PNC) e all’interno dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). “Vogliamo vedere riconosciuta la dermatite atopica – continua Coccioli – come malattia che incide in maniera pesante sulla quotidianità e sulla qualità della vita dei pazienti aprendo la strada a un riconoscimento, anche finanziario, che consenta un più equo accesso a prestazioni e terapie innovative”. Speriamo che l’appello venga accolto, e che l’attenzione prestata dalle Istitituzioni risponda a una maggiore sensibilità della classe politica e non all’avvicinarsi delle elezioni. Fortunatamente, tra tanti dubbi, una certezza c’è: la ricerca cosmetologica in questi anni ha saputo cogliere direttamente dai pazienti i segnali più importanti relativamente ai sintomi più invadenti e debilitanti della malattia. E muovendosi con impegno e studi specifici, ha delineato protocolli di cura e terapia basati su formulazioni rispettose del principio di dermoaffinità, in grado cioè di fornire alla cute e alla sua barriera, quelle componenti in esse già presenti naturalmente ma che risultano compromesse dal decorso della patologia. Prodotti che integrano, ove serva, la terapia farmacologica puntando su una beauty routine quotidiana mirata a idratare la pelle, alleviare il prurito e ridurre l’infiammazione.





