Sarebbe bello se anche sulle cicatrici cutanee si potesse intervenire con l’arte giapponese che offre una rinnovata bellezza
Alle ore 14:10 del 7 maggio del 1915, a largo dell’Irlanda, veniva silurato e affondato da un sommergibile tedesco U-20 il transatlantico britannico Lusitania che aveva appena forzato il blocco navale germanico. A bordo della nave c’era lo scrittore e filosofo Ernest Hubbard che rifiutò di separarsi dalla moglie Alice e non volle salire sulle scialuppe di salvataggio. I superstiti raccontarono che fra le sue ultime parole disse: “Dio non guarderà i miei diplomi, le medaglie, le lauree , ma le mie cicatrici”. Non è dato sapere se si riferisse a ferite morali o a vere cicatrici procurategli da quegli operai che aveva esplicitamente definito imbecilli nel suo “Messaggio per Garcia” (1899) – successo editoriale da oltre 40 milioni di copie nel mondo – perché consideravano il lavoro come un diritto prima che come un dovere da svolgere con passione. Questo incipit, apparentemente lontano dagli argomenti di cui normalmente ci occupiamo in questa rivista, ci permette di presentare una tecnica orientale: l’arte delle preziose cicatrici o kintsugi. Quando una ceramica si rompe si creano linee di frattura, simili a ferite, che corrispondono a un danno estetico ed economico, l’antica arte giapponese permette di rimediare al danno, e simbolicamente di non vergognarsi, trasformando l’oggetto in qualcosa di ancor più prezioso, facendo l’esatto opposto: impreziosendo e riparando le ferite usando come collante fra i pezzi rotti un metallo prezioso – oro, argento liquido o lacca con polvere d’oro. Il risultato che si ottiene è un aspetto nuovo e l’oggetto riparato, per via della casualità con cui la ceramica si è rotta, diventa unico e irripetibile proprio per la presenza delle cicatrici impreziosite. In altri termini, il restauratore crea nuove opere d’arte, sempre diverse, ognuna con un suo fascino e una rinnovata bellezza da esibire. Appare evidente che sarebbe un fatto eccezionale se ciò potesse succedere anche con le ferite e le cicatrici che si formano sul viso o sul corpo degli esseri umani e che lasciano tracce diverse su ognuno di noi. Eppure almeno una importante lezione possiamo trarla: si deve sempre provare a reagire e far fronte a un evento traumatico, superando esperienze dolorose, convincendosi che anche una cicatrice può rendere ogni persona unica e preziosa e, a suo modo, interessante e bella. Certamente questa manifestazione di grande resilienza appare più difficile quando si tratta di cicatrici ipertrofiche, la gravità dei cui sintomi può variare da persona a persona e che possono avere un impatto significativo sulla qualità della vita e sul benessere emotivo. Molto dipende, infatti, dalla loro localizzazione, forma e dimensione, e da come la loro presenza può influenzare significativamente l’aspetto del soggetto. Una cicatrice lineare ipertrofica, sviluppatasi per l’accumulo di tessuto cicatriziale lungo il margine di una ferita rettilinea, per esempio nel caso di incisioni chirurgiche, tagli netti o abrasioni lineari, ha rilievi sollevati, contorni ben definiti, lunghezza e larghezza che dipendono dall’estensione della lesione iniziale e dal livello di tensione applicato ai bordi della ferita durante il processo di guarigione. Sono più prominenti in aree sottoposte a forte tensione meccanica, come il torace, la schiena o le articolazioni, e il loro impatto estetico è in genere minore rispetto a quelle situate sul viso o sulle mani.
Le cicatrici atrofiche appaiono, invece, irregolari, depresse e incassate rispetto alla pelle circostante e ciò compromette l’uniformità della pelle. Si formano perché durante la guarigione si produce una quantità insufficiente di collagene e spesso sono conseguenti a un danno del derma profondo, in caso di acne severa, varicella o ferite infette, che ridocono la capacità della cute di rigenerarsi completamente. Il loro aspetto può peggiorare con l’età, poiché la perdita di elasticità e tono cutaneo ne accentuano la visibilità. Ancor più impattanti esteticamente sono le cicatrici cheloidi, dovute a una crescita ipertrofica e incontrollata di tessuto cicatriziale che si estende oltre i limiti della ferita originale. Oltre a una predisposizione genetica, la loro causa primaria è una risposta infiammatoria esagerata e un’attività anomala dei fibroblasti, che producono quantità eccessive di collagene che forma una massa irregolare e sollevata, a seconda del tipo di pelle di un colore che va dal rosa al rosso intenso fino al marrone scuro. Il disagio estetico cresce se a ospitarle sono alcune aree del corpo, come il torace, le spalle, le orecchie e il collo. Altro tipo di cicatrice ipertrofica, che impatta soprattutto per la riduzione che può provocare all’ampiezza dei movimenti, per esempio del ginocchio o del gomito, è la cicatrice contrattile che si sviluppa quando il tessuto cicatriziale si contrae durante il processo di guarigione, portando a una perdita di elasticità nella pelle e nei tessuti sottostanti. Ad alto impatto estetico sono invece la cicatrice iperpigmentata caratterizzata da un’eccessiva produzione di melanina nella zona della ferita in risposta a lesioni cutanee o infiammazioni, che si traduce in un’area cicatriziale più scura rispetto alla pelle circostante che si accentua con l’esposizione al sole, e la cicatrice ipopigmentata che si evidenzia per un colore più chiaro rispetto alla pelle circostante e si verifica se i melanociti nella zona della cicatrice è ridotta la produzione normale di melanina a seguito di ustioni, lesioni profonde o trattamenti aggressivi che hanno danneggiato i tessuti. La formazione delle cicatrici ipertrofiche è influenzata da una serie di fattori: in primo luogo dal tipo, dalla gravità della ferita originale e dalla sua profondità nel derma e i tessuti sottostanti perché è necessario un periodo di guarigione più lungo, durante il quale l’organismo produce quantità eccessive di collagene che può portare alla formazione di un tessuto cicatriziale rigido e ispessito. Possono essere anche la conseguenza di un processo di guarigione anomalo, per l’alterazione in una delle tre fasi (infiammazione, proliferazione e rimodellamento). Se la risposta infiammatoria è troppo prolungata può verificarsi un’eccessiva attivazione dei fibroblasti, e la sovrapproduzione di collagene si traduce in una struttura cicatriziale densa e irregolare. Anche la regolazione dell’apoptosi può risultare compromessa, e favorire un accumulo eccessivo di fibroblasti attivi che rende anomalo il naturale rimodellamento, determinando una consistenza ispessita e rigida. Non va dimenticato che anche la genetica svolge un ruolo nella risposta alle lesioni cutanee e nella formazione delle cicatrici ipertrofiche. Alterazioni nei geni che regolano la produzione di collagene, l’infiammazione e la guarigione tissutale, così come il colore più scuro della pelle aumentano il rischio di cicatrici ipertrofiche. Da non sottovalutare anche i fattori ambientali: a partire dalla tensione meccanica sulla ferita che può stimolare l’attività dei fibroblasti; una sovrainfezione della ferita; l’esposizione al sole, a irritanti e allergeni; il caldo e l’elevata umidità ; la presenza di eczema o dermatiti, o malattie autoimmuni, diabete, malattie vascolari preesistenti; l’ età giovanile perché la pelle è più attiva dal punto di vista rigenerativo e ha un metabolismo cellulare accelerato che può portare a una sovrapproduzione di collagene durante la guarigione delle ferite; la gestione post procedure mediche e chirurgiche è fondamentale, il rischio aumenta se la sutura è infetta, non corretta, troppo stretta o sottoposta a strappi frequenti. Anche le radiazioni, causando ustioni e irritazioni cutanee, possono portare a cicatrici ipertrofiche. Tutte queste situazioni possono essere causa di un esito cicatriziale inestetico e funzionale, ma il rischio si riduce con una gestione accurata, altrimenti, senza la tecnica giapponese del kintsugi, bisognerà convivere con il monito di Paulo Coelho: non permettere alle tue ferite di trasformarti in qualcuno che non sei.





