Home antiaging Il valore della longevità: mito, biologia e filosofia

Il valore della longevità: mito, biologia e filosofia

L’allungamento della vita e la qualità degli anni rappresentano valori che sono cambiati nella storia dell’umanità

Nel corso del recente congresso della Società Italiana di Medicina Estetica, abbiamo assistito a un seminario organizzato dall’azienda francese Filorga, oggi Maison di Alta Cosmetica leader dell’anti-età in Italia, che ha presentato la propria visione pionieristica dello skincare: ovvero come si possa sostenere la Skin Longevity, ossia la capacità della pelle di mantenere nel tempo freschezza, luminosità e elasticità, attraverso l’ottimizzazione della Skin Quality. Con questo concetto – è stato detto – si vuole intendere la forma intuitiva e visibile della longevità cutanea, valutabile attraverso l’osservazione e l’analisi dei parametri qualitativi della pelle. Non una semplice questione estetica quindi, ma la ricerca di una pelle elastica, compatta e luminosa, che non solo appare giovanile, ma è anche più resiliente allo stress ambientale, all’ossidazione e all’invecchiamento cellulare. Viene pertanto considerato fondamentale un approccio sinergico che combini procedure estetiche e skincare, per aiutare a ottenere risultati di comprovata efficacia. Tra prevenzione e mantenimento, l’approccio proposto da Filorga risponde alla crescente attenzione verso la salute della pelle come parte integrante del benessere generale, e si esplica nella messa a punto di formulazioni che, grazie a un solido know-how scientifico e alla continua vocazione alla ricerca, continuano a innovare la Skincare con soluzioni ispirate alla medicina estetica e validate da rigorose evidenze cliniche. Come nel caso dil NCEF-Revitalize Serum. Alla base della sua efficacia il complesso NCEF [New Cellular Encapsulated Factors], ispirato alla biorivitalizzazione, che sfruttando la combinazione di 10 attivi efficaci e concentrati (ergotioneina e vit. E, antiossidanti; coenzima NAD e vit. B3 per il rinnovamento cellulare; amminoacidi e minerali per rinforzare la struttura cutanea; ac. ialuronico a basso peso molecolare per un’idratazione profonda) incapsulati in microsfere multilamellari biomimetiche, garantisce un’azione rivitalizzante completa in grado di favorire i naturali meccanismi di riparazione, difesa e rigenerazione cutanea. Perché se è vero che la vita non è solo esteriorità, sentirsi bene con il proprio aspetto, a tutte l’età, anche quando l’anagrafe potrebbe suggerire di doversi solo accontentare, è un ulteriore dono che non può che arricchire la longevità. Terminata la conferenza, mi sono trovato a riflettere come il significato della parola longevità sia cambiato ed evoluto nel tempo. Per raccontarlo mi sono rivolto a un amico linguista che partendo dalle radici storiche e culturali ci ha proposto un interessante percorso che, traendo origine dalla mitologia e dalla filosofia antica ci ha spiegato come il termine sia arrivato ad assumere un valore scientifico e sociale. La parola longevità, deriva dal latino tardo longaevitas, composta da longus (lungo) e aevum (tempo, età). Alla fine del XV secolo, per indicare soprattutto la durata in anni della vita, nell’ italiano comune si usava una forma leggermente diversa da quella odierna: longavità, che rimarcava un valore simbolico e religioso. Nell’antichità, infatti, quando l’aspettativa di vita media era significativamente più bassa rispetto a oggi, la longevità era solo un ideale e rappresentava la sintesi di virtù, equilibrio sociale e grazia divina. In Grecia, filosofi come Pitagora e Platone legavano la lunga vita all’anima ordinata e temperante. Tante le leggende che provenivano anche da Paesi lontani. Dall’India, quella di Gilgamesh e la ricerca dell’immortalità, in Cina si sperimentavano pratiche alchemiche ritenute capaci di produrre l’elisir di lunga vita e nell’Europa medievale, nacquero le teorie della pietra filosofale e la leggenda del Santo Graal, che rappresentavano simbolicamente l’aspirazione alla vita eterna e all’immortalità. In questo contesto, la longevità era percepita come un’eccezione e un dono divino, il cui valore si dimostrava nelle doti di saggezza e autorevolezza riconosciuta agli anziani, visti come depositari della conoscenza, dell’esperienza e della memoria collettiva. Un individuo longevo garantiva stabilità sociale e continuità nel clan o nella famiglia. Gli orientali consideravano la longevità uno dei “3 Poteri” insieme alla ricchezza e alla felicità. Il favore divino era legato a equilibrio interiore, purezza morale e armonia con la natura. In India e in Cina, l’allungamento della vita era ricercato attraverso pratiche spirituali (yoga, qi gong, taoismo) e alimentazione corretta. Sebbene nell’antichità non esistesse il concetto moderno di biologia come disciplina scientifica, l’osservazione del corpo umano e della natura favorì teorie e pratiche che, pur senza basi scientifiche, provavano comunque a spiegare e influenzare la durata della vita. Il punto di partenza nelle diverse culture era sempre il concetto di equilibrio. Nel sistema medico dell’Ayurveda indiana, risalente ad almeno 3000 anni fa, si spiegava la longevità come un bilanciamento dei tre dosha: Vata, Pitta e Kapha. Importante era nutrire i tessuti profondi (dhatu), disintossicare regolarmente il corpo (panchakarma), vivere secondo il proprio “prakriti” (costituzione individuale) attraverso erbe e spezie, pratiche mentali e spirituali. Per la medicina tradizionale cinese la longevità era favorita da esercizi di respirazione profonda (qi gong), il ricorso all’agopuntura e alle erbe medicinali di grado di mantenere il flusso armonioso dell’energia nel corpo, prevenendo le malattie prima che si manifestassero. Grande importanza era data anche al controllo delle emozioni. Il concetto di equilibrio fu sviluppato anche dagli Egizi che credevano che la salute fosse legata all’ordine cosmico, e nel noto Papiro di Ebers si elencano ricette e trattamenti empirici a base di piante medicinali (come aglio, mirra, olio di ricino). Ippocrate (V sec. a.C.) e poi Galeno (II sec. d.C.) costruirono una teoria medica basata sull’interazione di quattro umori: sangue, bile nera, bile gialla e flemma per cui la longevità deriverebbe da un corretto equilibrio tra di loro e da uno stile di vita sobrio, regolato e in armonia con le stagioni e l’ambiente. Per questo raccomandavano una dieta moderata, l’esercizio fisico regolare, ritmi di sonno naturali, purificazioni e salassi. L’eredità di queste culture mediche considerate ormai antiquate, ne mette però in evidenza la modernità per l’attenzione mostrata nei riguardi della dieta e degli stili di vita, riassumibili in alcuni concetti oggi dominanti quando si parla della qualità dell’invecchiamento: il cibo influisce sulla salute e sull’aging; la moderazione nella propria alimentazione e lo stile di vita favoriscono la vitalità; il movimento corporeo è essenziale; il riposo e la serenità mentale allungano la vita. Quello dei primi medici era un approccio olistico e osservazionale focalizzato sull’armonia tra corpo, mente e ambiente, e soprattutto sulla prevenzione e sul rispetto dei ritmi naturali. A dare un impulso determinante alla valutazione esistenziale di una lunga vita, è stata però una visione più filosofica della longevità, anch’essa evoluta nei secoli in risposta a domande fondamentali: perché vivere a lungo? È desiderabile? A quale scopo? Diverse correnti filosofiche, sia antiche che moderne, hanno infatti affrontato il concetto di longevità non solo come durata del tempo, ma come qualità e senso dell’esistenza. A partire da Platone che non valorizzava in sé la durata della vita, perché vedeva il corpo come prigione dell’anima, l’unica a essere immortale, indipendentemente dalla sopravvivenza, più o meno lunga, del corpo fisico. Aristotele considerava la longevità una proprietà naturale solo di alcuni esseri viventi, legata al calore innato e alla costituzione corporea, ma vivere bene (eudaimonia), dipendeva dalla realizzazione della virtù. Per i filosofi stoici non contava quanto a lungo si vive, ma come si vive, quindi meglio una vita breve ma virtuosa che una lunga ma disonorevole. Nel Rinascimento nasce l’ideale dell’homo faber, artefice del proprio destino e la longevità acquisisce un valore oggettivo, perché prolungamento dell’autorealizzazione umana, anche attraverso la scienza e l’arte. Più di recente, la filosofia esistenzialista di pensatori come Heidegger e Sartre s’interroga sul tempo finito della vita e sul significato dell’esistenza, perché una durata più lunga non sempre ne garantisce un senso autentico. L’evoluzione del pensiero ha portato a nuove domande cui prova a rispondere la Bioetica contemporanea: è giusto cercare di vivere ben oltre i 100 anni? Qual è il limite etico del prolungamento artificiale della vita? La longevità è un’aspirazione che solo il possesso di mezzi economici può favorire? Non è certo facile rispondere ma di una cosa siamo tutti certi, che la qualità del tempo che ci è concesso dalla vita è forse la cosa più preziosa che abbiamo, e non sempre dipende solo dal denaro. Charles Darwin, pensava che “un uomo che osa sprecare anche solo un’ora del suo tempo non ha scoperto il valore della vita. Vivere a lungo e in salute significa però, indubbiamente, anche preservare nel tempo la qualità e la bellezza dell’organo che più di ogni altro riflette il nostro benessere: la pelle.