La recente pubblicazione di un libro sul mal di schiena ci permette di approfondire la correlazione esistente tra cicatrici post-operatorie, tensioni e dolori
Molte volte abbiamo affrontato il tema delle cicatrici postoperatorie. Il loro trattamento è infatti un argomento di interesse comune per dermatologi, chirurghi e medici estetici, in quanto la necessità medica di una corretta guarigione dei tessuti si coniuga con una esigenza estetica al fine di minimizzare i segni visibili e garantire la qualità della vita del paziente. Come noto, una gestione precoce delle ferite è fondamentale per prevenire esiti patologici come cheloidi o cicatrici ipertrofiche e il disciplinare richiede un inqadramento operativo puntuale da parte del medico, che deve essere in grado di valutare precocemente quale sia il tipo di trattamento più efficace nella gestione del tessuto recentemente cicatrizzato. Intervenire in modo efficace offre migliori risultati ma può avere effetti positivi anche su un aspetto meno conosciuto: la postura del paziente. A spiegarcelo è il Dott. Vito Polignano, Osteopata e autore di un libro, di recente pubblicazione intitolato “Il metodo ViP – Un percorso pratico e innovativo per prevenire e superare il mal di schiena” (Flavio Flaccovio Editore – 2025).
Come ci spiega l’autore: “Secondo la mia esperienza pluridecennale, tutte le cicatrici conseguenti a un intervento chirurgico possono dare problemi, specie quelle riconducibili a un taglio cesareo, a tutti gli interventi fatti in endoscopia e a seguito di mastoplastica additiva e riduttiva. Mi è capitato spesso, infatti, di trattare pazienti che, dopo essersi sottoposti a questi tipi di intervento, manifestavano a distanza di mesi forti mal di testa e dolori cervicali. Quando si parla di postura, bisogna sempre tener conto che sono molteplici i fattori che possono influenzarla. Ogni specialista in Scienze Motorie sa a esempio che possono influire condizioni apparentemente distanti dalla zona interessata, quali una mallocclusione dentale, oppure il tipo di scarpe indossate, problemi alla vista e appunto la presenza di cicatrici. Parlando di queste ultime e in particolare di quelle da protesi mammarie, esse possono influenzare le curve fisiologiche della colonna vertebrale, specie quando perdono la loro normale mobilità tissutale, generando tensioni, irrigidendo i tessuti e modificando l’assetto del dorso. Alterazioni che possono provocare un sovraccarico del tratto cervicale, costretto a compensare le rigidità della regione dorsale. La causa principale di questi disturbi è quindi di natura meccanica.
Ma a influire sono quelle interne o solo le cicatrici visibili?
No, a essere rilevanti in questo caso sono anche le incisioni dei drenaggi laterali sulla gabbia toracica. Queste possono, infatti, limitare la mobilità del dorso, se non addirittura bloccarla totalmente, favorendo la formazione di una sorta di fibrosità e riducendo la capacità di flessione ed estensione. Volendo semplificare, il concetto basilare è che quando per un qualsiasi motivo il tratto dorsale perde elasticità, allora la cervicale tende a compensare, generando dolore e tensione muscolare. Condizioni che poi si traducono, appunto, in cervicalgia, cefalea ma anche tensioni muscolari diffuse che sicuramente influiscono sullo stato di benessere generale del paziente. Nel caso della cervicalgia, a esempio, questa può presentarsi anche in modo intenso, specie se l’intervento non è stato eseguito in condizioni ottimali e convivere con il mal di testa o col mal di schiena è una condizione spesso invalidante, che rende difficile concentrarsi e svolgere serenamente il proprio lavoro, di qualsiasi natura esso sia.
Come si può intervenire?
Naturalmente, la cosa migliore sarebbe quella di sottoporre il paziente a trattamenti o protocolli tesi a evitare la formazione delle cicatrici ipertrofiche post-intervento. In secondo luogo, ritengo opportuno che il medico spieghi alla paziente che potrebbe trarre benefici dall’automassaggio del seno, specie se praticato in modo continuativo nel tempo. Attraverso movimenti delicati da effettuare due volte nell’arco della giornata e, possibilmente, sotto controllo di uno specialista, si può infatti favorire il recupero dei tessuti e prevenire eventuali complicazioni, oltre che attenuare il dolore e contrastare anche il rischio di contrattura capsulare e tensioni sulle fasce muscolari. Ancora più efficace, ma qui porto acqua al mio mulino, se a questo tipo di interventi vengono associate sedute terapeutiche specifiche di tipo massoterapico o osteopatico, che ritengo possano produrre miglioramenti significativi già dalle prime applicazioni. Il problema vero, però, non è tanto quello dicome intervenire, quanto piuttosto capire che può esserci un collegamento diretto tra le cicatrici più recenti e il radicarsi di determinate sintomatologie anche invalidanti. Un legame che viene spesso ignorato non solo da parte del chirurgo plastico o del medico generico, ma anche dal paziente stesso. Come detto, infatti, il dolore provocato da tensione e perdita di elasticità tissutale può manifestarsi parecchi mesi dopo l’intervento, e in alcuni casi essere del tutto assente, anche se, va detto che una certa rigidità viene avvertita piuttosto facilmente.
Rimanendo nel suo campo, come si capisce tecnicamente se il paziente che si lamenta di un dolore articolare o da una tensione muscolare è colpito da una compromissione posturale?
Innanzitutto, ci tengo a dire che parte fondamentale del mio lavoro è l’ascolto. Se chi chiede il mio aiuto riferisce un dolore specifico, in qualsiasi parte del corpo esso si manifesti, è mio dovere individuarne la causa. Per questo pongo domande tese a individuare il punto in cui si avverte dolore, in che momento della giornata esso compare o si accentua e a seguito di quali azioni. Successivamente, analizzo la zona coinvolta utilizzando strumenti visivi, come tavole anatomiche o scanner 3D, che evidenziano davanti agli occhi stessi del paziente il livello di compromissione posturale e favoriscono in lui una maggiore consapevolezza del proprio corpo. L’analisi posturale, si compone anche di un esame baropodometrico: un test che effettua una valutazione anatomica e funzionale del piede e fornisce anche una registrazione grafica della pressione che la pianta esercita a terra sia quando il paziente rimane in posizione interamente eretta sia quando cammina. Analizzare la distribuzione di queste pressioni mi offre l’opportunità di valutare anche la biomeccanica posturale e locomotoria, e verificare le sue variazioni patologiche. Il tutto si avvale anche dell’esperienza acquisita.





