Il maschilismo dal dopoguerra a oggi

di dott. Saverio Corasaniti, Presidente TAR in pensione

Vorrei affrontare i grandi temi della vita della donna nell’ultimo secolo, il fenomeno del femminilismo, e soprattutto l’excursus legislativo che ha portato all’eliminazione delle discriminazioni tra uomo e donna, marito e moglie, nel nostro Paese. Giova premettere che durante il regime fascista l’Italia era al primo posto per la mentalità maschilista e i ruoli di genere, per quanto ingiusti, erano facilmente distinguibili. Tale mentalità e la discriminazione di genere si sono protratte anche nel dopoguerra supportate dal sistema e modello della famiglia patriarcale come delineati dallo stesso codice civile del 1942. Da una parte le donne, condizionate da stereotipi, costrette a devolvere tutto il tempo e le loro energie al servizio di famiglia e uomini. Dall’altra questi ultimi che per un nonnulla “sbroccavano” e per dimostrare la loro virilità alzavano le mani anche in presenza di figli adolescenti. Le donne vivevano in un profondo senso di soggezione e paura oltre che inadeguatezza. Nel citato regime e per alcuni lustri successivi alla sua caduta, se nascevi donna dovevi inevitabilmente sgobbare dentro e fuori casa. Dalle donne gli uomini pretendevano tanto e gli sforzi determinavano permanenti dolori muscolari e articolari. La loro stanchezza, accelerava, soprattutto nel mondo contadino, il processo di logoramento fisico per cui a 40/50 anni le donne erano già vecchie. Oltre a ciò, dovevano subire passivamente insulti, minacce e aggressioni da parte di genitori, mariti e anche fratelli maggiori. Espressione più ignobile del fenomeno era l’uso della violenza: una pratica diffusa, senza che a mogli, figlie o sorelle non sposate venissero di fatto riconosciute legittime tutele. La discriminazione di genere e le violenze fisiche e morali, che persistono tuttora in qualche realtà territoriale anche se in misura molto ridotta, si riscontravano soprattutto in ambito familiare. I maschi erano liberi mentre le femmine vivevano come rinchiuse fin da piccole entro certi inflessibili schemi comportamentali impossibili da eludere. Si è attribuito tradizionalmente siffatto fenomeno al patriarcato e all’arretratezza del mondo agricolo. Il fenomeno era presente in tutta Italia e in particolare nel profondo Sud dove maggiormente si avvertiva l’influenza araba. In quella cultura, rectius subcultura, di predilezione e diversità, nelle famiglie vigeva il tradizionale pregiudizio secondo il quale i figli maschi erano privilegiati e agli stessi veniva inculcata la consapevolezza di essere superiori e più intelligenti delle figlie femmine. Solo dai maschi ci si aspettava un futuro di successi foriero di una maggiore onorabilità e/o potere della famiglia di appartenenza. In presenza di questi atavici retaggi le donne venivano educate, sin da bambine, a diventare: giovanissime e ubbidienti mugghiere a seguito di matrimoni combinati e anche forzati, poi mamme di parecchi auspicati figli maschi, quotidiane cuciniere e lavatrici alla “fiumara”, donne di casa tuttofare. Era questa, raccontata in bianco e nero, la quasi generale mentalità della società patriarcale e dovevano passare ancora tanti lustri prima che la donna potesse vedere l’inizio del movimento femminile. La controspinta al maschilismo è stata determinata proprio dal c.d. femminilismo che ebbe un notevole impulso a seguito dell’evento criminale del Circeo cheregistrò una vasta risonanza giornalistica e televisiva. Finalità del movimento era quella di liberare la donna dal descritto giogo, conseguire la parità tra uomo e donna, promuovere una società in cui realizzarsi dignitosamente in famiglia e nel lavoro. Attraverso le battaglie delle femministe la donna è riuscita a trovare nuova consapevolezza, un riscatto e soprattutto capire di poter essere libera e avere rispetto di sè stessa. Il movimento medesimo, supportato da un crescente numero di associazioni, ha rappresentato un validissimo impulso sul legislatore per l’eliminazione delle tradizionali concezioni e della normativa del codice civile del 1942 che sostanzialmente supportavano il modello della famiglia patriarcale. Nel codice predominava la configurazione autoritaria del marito sulla moglie e del padre sui figli. Ora è ben vero che quel dominio era temperato dalla Carta costituzionale che afferma il principio dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi (art. 29, comma 2) ma la profonda innovazione della disciplina civilistica dell’istituto familiare si è realizzata con l’entrata in vigore della legge di riforma dell’istituto medesimo n. 151 del 1975. Le modifiche legislative sostanziali introdotte, furono il passaggio dalla potestà del marito alla potestà (ora “responsabilità genitoriale”) condivisa dei coniugi; il passaggio dalla potestà maritale all’eguaglianza tra coniugi: il cambiamento più rivoluzionario. La stessa legge introdusse il regime patrimoniale della famiglia (comunione legale convenzionale o separazione dei beni), ed eliminò la dote (beni e risorse materiali portati dalla moglie al marito all’atto delle nozze), sancendo che i figli nati fuori dal matrimonio acquistano gli stessi diritti dei c. d. figli legittimi, che il tradimento del marito potesse essere causa di legittima separazione. Il legislatore ha poi, finalmente solo nel 1981, aboliti il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. Bisogna giungere al 10 ottobre 2022 perché il decreto legislativo n.14 introducesse nel sistema del codice di procedura civile oltre 70 articoli recanti la disciplina di un procedimento uniforme per le controversie di stato delle persone, famiglia e minorenni. In definitiva, sebbene lentamente, tanto si è fatto a livello legislativo ma nonostante ciò, per la mancanza nel nostro Paese di un efficiente Welfare, le donne, soprattutto lavoratrici madri, parzialmente continuano a pagare di persona nella vita, in famiglia e nel lavoro. In particolare molte madri sono costrette a non lavorare e se lavoratrici a lasciare l’attività per potersi dedicare ai propri bimbi stante la carenza di asili nido. Oltre a ciò la presenza di impedimenti di ordine economico, l’effettività di stereotipi vari frenano le aspirazioni delle giovani donne e la maternità stessa per cui l’Italia occupa, ormai da tempo, il ruolo di fanalino di coda in Europa. Tutto ciò dimostra che, pur in presenza di norme favorevoli, altre criticità assediano la vita della donna costringendola persino a rinunciare al naturale diritto di diventare madre. Gli ultimi governi, considerato il preoccupante picco della natalità, hanno tutti dichiarato di voler mettere al primo posto la famiglia ma gli stanziamenti disposti sono stati e sono sempre insufficienti per invertire la tendenza.  L’auspicato colpo d’ala, quindi non c’è stato ed era assolutamente necessario ove si consideri che in Italia trova posto negli asili pubblici solo un bimbo su quattro. In tale contesto può dirsi che i bambini, pur essendo patrimonio collettivo, valore etico universale e seme del nostro futuro, non sono stati e continuano a non essere al centro della politica. Per affrontare il problema della denatalità e gestire meglio la genitorialità, a mio avviso necessita togliere o ridurre sensibilmente i freni e gli impedimenti che spingono a non avere figli. A tal fine è fondamentale: armonizzare la maternità col lavoro anche per eliminare i sensi di colpa che spesso vivono le madri costrette a lasciare i propri bambini per lavorare; bisognerebbe inoltre triplicare gli asili nido; dare congedi retribuiti alle mamme e aiuti fiscali ai nuclei senza o con scarso reddito; incentivare la condivisione dei pesi nelle famiglie; creare ulteriori posti di lavoro per le donne oggi in gran parte occupate con scarse retribuzioni. L’obiettivo dei governanti deve, quindi, essere quello di far vivere con maggiore consapevolezza la genitorialità stessa per far così recuperare serenità nell’ambito familiare e nell’ambiente lavorativo. A fronte di finalità pubbliche di grande rilievo i partiti e i parlamentari dovrebbero perseguirle con compattezza e cioè senza conflitti ideologici e scopi elettorali. Ma soprattutto necessita anche un cambio di mentalità: ovvero un ritorno a quando i figli erano molto desiderati, erano i benvenuti in quanto rinsaldavano il rapporto di coppia e invogliavano a lavorare, a progredire e risparmiare. è incontestabile che i genitori responsabilizzati danno il massimo quando al centro dei loro pensieri ci sono i figli piccoli. Urge, in definitiva, decostruire gli stereotipi tradizionali duri a morire e predisporre politicamente misure adeguate di ordine economico e sociale per far sì che i coniugi e le coppie di fatto non facoltosi non debbano rinunciare ai figli e al creare una famiglia, caposaldo della nostra società.