Home ricerca Gli studi sulla cellulite non si fermano, neanche nei musei

Gli studi sulla cellulite non si fermano, neanche nei musei

Sono passati anni da quando venne coniato il termine di PEFS per definire una patologia considerata a lungo solo un intestetismo

Di fronte al quadro delle “Tre Grazie”, uno dei più famosi fra quelli realizzati dal pittore fiammingo Pieter Paul Rubens, ospitato nel museo del Prado, il professore della scolaresca italiana in visita a Madrid spiega che questo dipinto a olio fu realizzato verso il 1638 e ritrae tre dee della mitologia greca: Aglaia, lo splendore; Eufrosine, la gioia e la bellezza; Talia, la prosperità e portatrice di fiori, nell’atto di danzare. Esse, spiega rappresentano l’idea di femminilità e l’estetica femminile dell’epoca. Dal gruppo si alza una voce, con un accento tipicamente romano, “a professò, ma so piene de cellulite...” . Al di là delle risate che questo episodio, verificatosi questa primavera dinanzi ai miei occhi, ha suscitato nell’intera classe, mette in evidenza che questo che oggi viene considerato come uno dei più fastidiosi e temuti inestetismi femminili è sempre esistito, anche se con valutazioni estetiche, psicologiche e sociali molto differenti a seconda dell’epoca. Diventando alla fine oggetto di innumerevoli studi medico-scientifici che, all’incirca 75 anni fa, portarono a considerarlo non solo più come un problema estetico ma come una vera patologia, ancora soggetta a ridefinizioni e a riclassificazioni. Quest’anno, per esempio, uno studio condotto dal Dr. Jean-François Gontier e dalla sua équipe, basato su indagini ecografiche ad alta frequenza, ha portato a ridefinire il concetto di cellulite di Grado III, dimostrando come essa non sia una condizione strutturalmente uniforme ma presenti almeno tre fenotipi distinti che differiscono per quantità di grasso superficiale, grado di fibrosi e presenza di edema. Nello specifico, uno è caratterizzato da prevalente ispessimento del grasso superficiale, un altro da forte fibrosi ed edema, il terzo dalla combinazione di entrambi. Lo studio, tra l’altro, suggerirebbe che le attuali valutazioni visive e palpatorie sottostimino la complessità anatomica sottostante. Alla stessa conclusione, l’anno prima, era arrivato una ricerca condotta da Patrycja Malinowska et al. (2024) che ha dimostrato che l’ecografia ad alta frequenza fornisce misure obiettive correlabili con la gravità clinica della cellulite misurata con la scala di Nürnberger–Müller: l’aumento dell’area delle protrusioni del grasso sottocutaneo, lo spessore del tessuto sottocutaneo e la ridotta rigidità (stiffness) ultrasuono‑derivata sono associate a cellulite più severa, suggerendo che, piuttosto che affidarsi solo all’ispezione visiva e palpatoria, si potrebbe ottenere una classificazione più precisa e una diagnosi più mirata usando parametri quantitativi via imaging. Un’altra ricerca “Pathophysiology of Cellulite: Possible involvement of selective endotoxemia” ha proposto una nuova ipotesi patogenetica: l’accumulo locale di lipopolisaccaridi (LPS) suggerendo che fattori sistemici (microbiota intestinale, endotossiemia) avrebbero un ruolo diretto nella sua formazione, aprendo così nuove possibilità terapeutiche non solo locali ma anche sistemiche. Tutti e 3 i lavori ci dicono due cose: che la valutazione e la diagnosi della cellulite possono essere migliorate con strumenti già a disposizione del medico, e che un corretto stile di vita può influire sulla comparsa o meno di questa patologia. Ma soprattutto ci confermano che la ricerca su questa patologia non si è mai fermata da quel fatidico 1974 quando fu coniato il termine di Panniculopatia Edemato-Fibro-Sclerotica (PEFS), per sostituire quello impreciso di matrice francese “cellulite” , e la lipodistrofia ginoide ha suscitato l’interesse degli specialisti provenienti da diverse branche della medicina. Non poteva essere altrimenti, interessando circa il 90% delle donne nel mondo e nella quale fattori ormonali, vascolari, genetici e metabolici interagiscono determinando alterazioni della matrice extracellulare e della microcircolazione. Oggi, il trattamento un intervento bio-rigenerativo, deve ristabilire l’equilibrio e le funzionalità persi per una progressiva alterazione del tessuto adiposo sottocutaneo, con degenerazione della matrice extracellulare (ECM), ridotta ossigenazione, infiammazione cronica a bassa intensità, alterazioni del pH e accumulo di radicali liberi; deposito di metalli tossici, in particolare ferro, con conseguente stress ossidativo; incremento della permeabilità vascolare e formazione di edema interstiziale; fibrosi dei setti connettivali che amplifica le irregolarità cutanee. Un approccio terapeutico globale teso non solo ad attenuare i segni estetici ma mirato soprattutto alla fisiologia dell’ECM, per favorire i processi di bio-rigenerazione tissutale.