Esiste una vulgata popolare per cui gli uomini maltesi soffrirebbero di più di alopecia androgenetica. Ma non ci sono studi genetici a confermarlo
Esiste una convinzione diffusa che a Malta gli uomini nati nell’isola abbiano una prevalenza di alopecia androgenetica significativamente più alta di quella media europea o mediterranea. In letteratura, però, non si trovano dati epidemiologici pubblicati né dati osservazionali o di screening sulla popolazione generale che quantifichino quanti uomini maltesi soffrano di alopecia androgenetica, a quale età l’inizino, con quale gravità. Di fatto, esiste un solo studio, effettuato presso la locale Università, che ha indagato sugli aspetti genetici e biochimici dell’alopecia in un campione di 420 individui, già oggetto di uno studio clinico sull’infarto miocardico, che si è concentrato su due geni associati all’AGA (CRHR1 e GOLGB1) tramite biomarcatori legati alle vie biologiche coinvolte. Fra i risultati evidenziati ci sono livelli aumentati di cortisolo, livelli diminuiti di alcune citochine (NF κB2, NF κB Iα, IL 1β, IFN γ) nei soggetti calvi sotto i 50 anni; oltre a diverse correlazioni tra la perdita dei capelli, alcuni parametri metabolici (insulina, resistenza insulinica) e alcuni ormoni steroidei. (Genetic components of androgenetic alopecia: a biochemical study, Mattia Caruana, Università di Malta, 2021). Non trattandosi di uno studio clinico epidemiologico su larga scala, e visto il campione relativamente modesto, questi dati non sono sufficienti a dimostrare che gli uomini maltesi perdano più facilmente i capelli. O per lo meno, che esista un problema genetico noto o una mutazione che li renda particolarmente vulnerabili. Sono molti invece gli studi genetici che hanno affrontato la questione delle origini genetiche dei Maltesi, usando mtDNA (regioni HVR1, HVR2); cromosoma Y (R1, J2,E1b1b1, G, I, ecc. condivisi in varie popolazioni mediterranee, inclusa la Sicilia); e autosomali (STR e predizione haplogruppi H,T,K,J,U ecc.) e confrontando il DNA antico proveniente da siti neolitici (2550 a.C.) fino al periodo romano sull’isola. Sono così emersi forti legami genetici con la Sicilia e l’Italia meridionale, sia per linee materne che paterne, e non con il Libano moderno (o con la popolazione levantina da cui si suppone provenissero i Fenici) e linee africane, meno comuni ma presenti. I ricercatori sono quindi giunti alla conclusione che le popolazioni neolitiche a Malta erano piuttosto isolate, con segni di endogamia, e non molto mescolate con popolazioni di cacciatori raccoglitori come in altre aree, e agli inizi del 2000 si pensava che “più del 50% dei cromosomi Y dei maschi maltesi potesse derivare dai Fenici arrivati nel primo millennio a.C. (haplogruppo J2 principalmente). Questi risultati sono stati contestati da altri studiosi maltesi perché lo stesso marker poteva essere derivato anche da migrazioni molto più antiche (paleolitico, neolitico) o da popolazioni mediterranee vicine. In conclusione, oggi si riconosce l’evidenza genetica che la popolazione maltese abbia forti legami con la Sicilia e l’Italia meridionale, sia tramite discendenza materna che paterna. Il contributo genetico levantino (Fenici / Libano / Levante) non è escluso, ma sembra essere modesto e non dominante.
In alcuni casi è stato sovrastimato o interpretato in modo troppo semplice nei media. Tutte queste indagini genetiche e antropologiche, non hanno mai affrontato il nostro quesito iniziale relativo alla prevalenza dell’alopecia androgenetica a Malta, e uno dei possibili motivi della carenza di dati è che si tratta di un paese relativamente piccolo, con una popolazione di circa un milione, e quindi forse gli studi di prevalenza non sono stati condotti per questioni di costi o priorità di ricerca su altre condizioni più urgenti o con impatto sanitario maggiore. Un’occasione forse mancata considerato che è oggi l’origine poligenica dell’alopecia androgenetica è certa per un locus noto sull’X cromosoma (es. gene del recettore degli androgeni, AR) e locus autosomici (es. regione 20p11). I ricercatori hanno poi scoperto centinaia di regioni genomiche associate alla perdita di capelli negli uomini e si stima che circa l’80% della variazione fenotipica nell’alopecia androgenetica maschile possa essere spiegata da fattori genetici ereditari. Che giustifica perché gli uomini i cui padri hanno perso precocemente i capelli hanno un rischio significativamente più alto di sviluppare anche loro un’alopecia androgenetica. Con uno studio dedicato, a Malta forse si sarebbe potuta verificare un’eventuale predisposizione genetica all’alopecia androgenetica, ma si sarebbero dovuti ricercare anche altri molteplici fattori ambientali, ormonali e stili di vita che sono certamente coinvolti a vario livello nelle alterazioni del ciclo dei capelli. Dall’acquisizione di queste conoscenze è nata la possibilità di intervenire, negli uomini e nelle donne, con trattamenti che ne ristabiliscono l’equilibrio, sia nell’alopecia androgenetica che nelle situazioni in cui si verifica un aumento della caduta: stress, affaticamento, squilibri nutrizionali, trattamenti farmacologici, alcool, variazioni stagionali. Fattori causali molto comuni e non sempre eliminabili, come per esempio la gravidanza. Il punto su cui interrogarsi è allora un altro. Se è vero che studi sulla prevalenza di AGA in varie popolazioni (es. uomini 30 50 anni, studenti giovani) mostra che circa il 58% soffre di alopecia androgenetica; che una prevalenza precoce si riscontra in circa il 20%; che l’AGA colpisce oltre il 50% degli uomini caucasici verso i 50 anni, e che la prevalenza aumenta con l’età: si deve considerare l’alopecia androgenetica come un processo fisiologico, una patologia o solo come un problema di natura estetica che sta assumendo una crescente rilevanza perché impatta anche in maniera importante sulla psiche di chi ne soffre? Il numero crescente delle persone che si rivolgono alla chirurgia dei trapianti dei capelli farebbe propendere per la terza possibilità. In ogni caso emerge un ulteriore quesito: si può fare qualcosa per prevenire, limitare, ritardare la caduta? La risposta è sì, e la tricologia sta facendo passi importanti nella definizione delle migliori cure personalizzate, per fornire un apporto intensivo di sostanze attive al bulbo pilifero, nella formulazione di cosmetici funzionali che rispettino il ciclo naturale del capello. E i risultati si vedono: capelli più forti, folti e resistenti. Ma non sempre basta: esistono una serie di prescrizioni e comportamenti che andrebbero adottati per ridurre l’influenza negativa di stili di vita che non fanno bene alla chioma, ma neanche al cuore, al fegato, ai polmoni e a tanti altri organi del nostro corpo. Qualcuno dirà: ci risiamo, ognuno è artefice della propria salute! E ciò non riguarda solo la caduta dei capelli ma, più in generale, tutta la qualità della nostra vita. L’amara conclusione che se ne trae è che in Italia, a Malta e in ogni altra parte del mondo, i capelli continueranno a cadere, non solo per ragioni genetiche, ma anche perché rinunciare a molte delle cose che ci piacciono non è impossibile ma talvolta difficile.





