AIDA, Associazione Italiana dei Dermatologi Ambulatoriali

di Giorgio Bartolomucci

In dieci anni sono cambiati il mondo, la società, la dermatologia ma anche l’Associazione dei Dermatologi Ambulatoriali

L’ultima volta che l’AIDA si riuni’ in Sardegna era il 2001. Ricordo bene quei giorni, era il week-end dell’11 settembre e nel villaggio in cui si svolgevano i lavori piombarono la sorpresa e l’orrore per l’attacco alle torri gemelle di New York. Sono passati oltre dieci anni e molte cose sono cambiate, nel mondo, nella nostra società e, certamente, nella stessa disciplina dermatologica. Riflettevo su questo punto arrivando a Villasimius dove a fine maggio scorso si è svolta la XXI edizione del Convegno dell’Associazione Italiana dei Dermatologi Ambulatoriali, una delle organizzazioni scientifiche che meglio rappresenta e difende gli interessi di quei dermatologi che vedono nella libera professione uno strumento per riaffermare la propria identita’, a metà fra la attivita’ medica e l’im­prenditoria. Il primo cambiamento avvenuto nell’ultimo decennio e di cui non si può tener conto è proprio legato al concetto di rappresentanza in dermatologia. Dopo una certa spinta verso l’unificazione, o per lo meno verso la federazione fra le diverse Associazioni e Società scientifiche che sembrava possibile alla fine degli anni ‘90, si è rapidamente assistito a un allontanamento e a una disgregazione in una molteplicita’ di realta’ associative, più o meno grandi, con il conseguente aumento del numero dei relativi congressi e convegni. Inevitabile l’indebolimento della disciplina che è cosi’ stata oggetto di un ingiusto ma indiscutibile ridimensionamento da parte del SSN, e di tentativi di saccheggio di competenze da parte di specialita’ affini e branche della medicina alla ricerca di riconoscimenti ufficiali. A tutto ciò si è unito, non sempre per motivi di natura prettamente anagrafica, l’uscita di scena di alcuni dei grandi nomi della dermatologia italiana, con lotte di potere e crisi di leadership che non hanno aiutato certo a recuperare il bandolo della matassa e a ricostruire strategie unitarie e più forti, con cui provare a recuperare spazio e contrattualita’. Ogni associazione, per garantirsi, non la sopravvivenza ma un futuro, si è vista costretta, quindi, a tirare le fila della propria organizzazione, impegnandosi a rafforzare il contatto con gli iscritti, avvicinandosi sul territorio con corsi, riunioni e momenti di confronto. Paradossalmente – va detto – questo non ha contribuito in alcun modo alla rinascita di uno spirito federativo – ormai quasi del tutto archiviato – ma ha ridato vita a uno slancio partecipativo che sta coinvolgendo molte delle nuove leve dermatologiche che, impedite nell’accesso alla sanita’ pubblica, vedono nella professione autonoma uno dei pochi sbocchi possibili. E i risultati nel caso dell’AIDA si sono visti a Villasimius dove la partecipazione è stata nuovamente ai livelli degli anni migliori, con centinaia di persone a seguire corsi e sessioni plenarie, nonstante uno splendido mare potesse distrarre anche gli iscritti più seri e determinati. Una spiegazione di questa partecipazione sta nello sforzo di approfondimento su alcuni temi che l’associazione ha adottato e riproposto nel corso dell’anno fino a favorire, quasi per gemmazione, la nascita di gruppi di studio e lavoro, autonomi e dotati di una vita propria, che vedono nel Congresso Nazionale una forma di chiamata cui è pero’ difficile non rispondere. È il caso della dermatologia legale che, nata quando presidente era il compianto Vanni Labrini, ha trovato a Lecce la sua sede naturale di crescita, oppure la dermocosmesi che, sotto la spinta di Paolo Silvestris, Maurizio Benci e Carlo Bertana si ripropone ogni anno a Roma come momento formativo, oppure la dermatoscopia che, Gianluigi Giovene e Saturnino Gasparini hanno trasformato nei famosi e ambiti meeting di Gubbio. Se il problema era come conciliare questo frazionamento interno con la necessita’ di non danneggiare l’intera AIDA, la risposta è venuta dalla scelta dei presidenti, gli ultimi sono stati proprio Giovene e poi Gasparini, che hanno dato prova di capacità professionali e organizzative, ma soprattutto di una propria forza aggregativa di cui ha sicuramente goduto anche l’AIDA. Senza voler trascurare il ruolo che negli ultimi tempi ha assunto un’altra figura che è cresciuta all’interno dell’AIDA: Cecilia Pravettoni, che da buon soldatino milanese ha svolto il suo compito in maniera discreta ma efficiente, salendo tutti i gradini dell’organizzazione, fino a diventare una dei garanti della qualita’ scientifica dei programmi. In altre parole, partecipando e seguendo i lavori di Villasimius mi sono convinto che la formula che ha oggi permesso all’AIDA di superare la crisi che l’ave­va colpita qualche anno fa sta proprio nell’aver saputo sfruttare a proprio vantaggio lo spirito separatista di chi si rende conto che può fare da solo, proponendo in alternativa una strategia associativa che, garantendo un buon livello di autonomia somiglia sempre più a una dinamica federazione. Inoltre, va dato atto al comitato scientifico responsabile del Congresso di una buona dote di originalita’ dimostrata negli anni individuando argomenti ancora inesplorati. Cosa che si è ripresentata nell’ultima edizione con due workshop di sicuro interesse dedicati alle nuove forme di comunicazione e a internet: ”il paziente in retè’ e ”il dermatologo in retè’. In entrambe le sessioni, infatti, sono emersi concetti importanti e nuovi, da tener presente se si vuole comprendere gli orizzonti definiti dai social network. L’interesse dei dermatologi per le tecnologie e per la comunicazione mobile, non può più fermarsi di fronte a problemi di anagrafe che tendono a dividere la categoria fra una generazione di dermatologi tradizionali e di dermatologi 2.0. Creare anche nei professionisti della salute la consapevolezza strategica della natura e dell’impatto d’innovazione che il digitale sta creando, aiuta a intuire che siamo solo agli inizi di una nuova era in cui alcune logiche e alcuni modi di proporsi ai pazienti appariranno sempre più obsolete. Un’era in cui i ricercatori di mercato vedono che la completezza e la veridicita’ dell’informazione non saranno più sufficienti a garantire a se stessi uno spazio di visibilita’, ma prevarranno modelli in cui sara’ prevalente l’ap­partenenza a social network, a sensor network e spatial network. Un plauso all’AIDA quindi per aver segnalato che, se il presente è ricco di opportunita’, il futuro è carico di rischi.