Birra, e sai quel che bevi

Di Maria Mancini

Birra, e sai quel che bevi. A raccomandare di bere questa bevanda era, anni fa, Renzo Arbore con il suo tipico faccione accattivante. Fu una campagna azzeccata, che porto’ un discreto incremento nel consumo di birra. Ma non abbastanza, perché tutt’ora la birra stenta a decollare nei consumi degli italiani.

Eppure è ricca di virtu’. Conta almeno seimila anni, quanto basta per essere la bevanda più antica e più diffusa nel mondo. E un prodotto naturale, i cui ingredienti e lavorazione ricordano molto quelli del pane, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “pane liquido”, fatta com’è esclusivamente di acqua e malto d’orzo, più altri cereali, e poi lievito e luppolo.

Le tecniche di lavorazione si sono modernizzate, ma sostanzialmente sono rimaste invariate, il che ne garantisce la genuinita’. E, come se non bastasse, nel lontano 1962 è intervenuta anche la legge, che ha vietato ai produttori l’impiego di additivi coloranti e zuccheri. Ma andiamo avanti, la birra ha una bassa gradazione alcolica: mediamente fra i 3 e i 6 gradi, con punte di 7-8 gradi raggiunti da qualche birra particolarmente corposa. Eppure, da noi, questa bevanda che gli antichi Romani e i Galli ritenevano capace di ridare la vita ai soldati morti, è poco diffusa: ne consumiamo a testa in media appena 25/26 litri all’anno contro gli 82/83 della media dei paesi europei. La produzione invece non è male: 12 milioni di ettolitri all’anno che, in termini di mercato, fanno circa 2.200 miliardi. Come mai, da dove viene questo mancato decollo della birra? Oltre ad imputare la straripante popolarita’ del vino, c’è chi denuncia una discreta ignoranza circa le proprietà nutrizionali e salutistiche della birra e prova ne è il fatto che neanche si conoscono bene i suoi ingredienti naturali.
Insomma, c’è un difetto di comunicazione che mette in ombra il valore di questa bevanda. Vediamo quindi di rovesciare la situazione analizzando in largo e lungo la birra. Cominciamo dall’inizio, dall’acqua: la birra ne contiene per un 80/90 per cento. Infatti, il malto d’orzo. che è il suo principale componente, è costituito in larga misura di acqua. E ciò spiega le qualita’ diuretiche di questa bevanda. Ma l’orzo è anche ricco di sali minerali, di vitamine del gruppo B ed E, di fibre, di un po’ di proteine e, dulcis in fundo, da’ un piacevole senso di sazietà. E l’orzo non è il solo cereale presente nella birra: a seconda del tipo, c’è una componente variabile di cereali non maltati. Tra i principali: mais, riso, frumento, sorgo e avena che, nella produzione di birra italiana, non possono superare il 40 per cento. E si arriva al luppolo, altro ingrediente tutto naturale, che conferisce alla birra quel tipico gusto amarognolo. I cereali vengono macinati e miscelati con l’acqua e una volta ottenuto il mosto di birra si aggiunge il lievito, ricco di vitamine del gruppo B, che trasforma gli zuccheri in alcol e anidride carbonica. t poi la volta della fermentazione, cui segue la maturazione del prodotto, la stagionatura, la filtrazione e la pastorizzazione. E la birra è pronta per arrivare sulle nostre tavole. Questo, a grandi linee, per quanto riguarda ingredienti e preparazione. Ma oggi, parlando di birra, bisogna aggiungere altre infonnazioni che risultano da ricerche più recenti. Fatto molto importante, ad esempio, è che la birra contiene rari micronutrienti alcuni dei quali hanno capacità antiossidante (le vitamine del gruppo B ed E dell’orzo) ed esercitano quindi un’azione positiva nella prevenzione e difesa verso tumori e malattie cardiovascolari. Il tutto accertato da fior di esperimenti: è stato condotta un’indagine su dei topi, alcuni dei quali alimentati con una dieta ricca di birra. Bene: i ratti che bevevano birra come “spugne” sono risultati più resistenti ai processi ossidanti. Forse c’è bisogno di altri esperimenti e soprattutto di più tempo perché la birra possa avere sulle nostre tavole e nei nostri consumi il posto che lespetta. In Italia, del resto, la sua produzione industriale è piuttosto recente: non più di due secoli. E in più c’è un fattore climatico: per molto tempo la sua – produzione è stata possibile solo nelle cantine fredde del nostro settentrione, fatto che ne ha penalizzato la diffusione al Sud. Oggi comunque in Italia si contano diciotto fabbriche di birra appartenenti a sei gruppi: Peroní, Heineken, Moretti, Poretti, Forst, MenabreaInfine, qualche altra curiosita’. Tra i diversissimi “stili” (tipi di birra conosciuti nel mondo) che vanta questa bevanda, quello che si è affermato in Italia è il Pilsener: birra chiara, di colore dorato, con schiuma fine, molto frizzante, di sapore secco e aroma netto in cui prevale il sentore di luppolo. Insomma, una buona birra, cui ben si addice l’omaggio resole da Goethe: “una birra forte, un tabacco profumato e una donna, questo è il piacere”. Chiaro no?